1. siamo davanti all’ingresso del lapsus, noto locale torinese, ma non è sera e non ci sono nè i buttafuori nè la musica alta. è giorno e fa caldo. l’appuntamento con vincenzo biffi gentili è proprio lì. che sia un suo scherzo burlesco? o un lapsus anticipatore dei suoi venturi?
    vincenzo biffi gentili è laureato in lettere, si occupa di arte applicata e ha un debole per i cessi e le ceramiche. su queste passioni ha fondato il museo internazionale di arti applicate oggi e la sua carriera di curatore di mostre “border line”.
    il portone si apre. non era uno scherzo. ci arrampichiamo su per una scalinata che ci porta nelle retrovie del
    miaao, nonché della chiesa di san filippo neri.
    l’ingresso dello studio in penombra è mistico. vediamo gli enormi mastici dell’organo della chiesa, l’ingresso della torretta del campanile (dove il
    biffi va a meditare e godersi un esclusivo punto di vista di tutta torino) e, addirittura, la porta d’ingresso al matroneo da cui i peggiori bestemmiatori potrebbero pisciare impunemente sul gregge dei fedeli. biffi è un rivoluzionario. ci avrà mai pensato?
    lo studio ha un soffitto altissimo ed è pieno di oggetti di arte applicata assurdi e impensabili. il microclima è gradevole, la luce soffocata ma perfetta. incomincia lui:

     

    ho letto che vi occupate di design. cosa c’entro io con i designer?

    il FRONTE di LIBERAZIONE dai DESIGNER nasce come progetto di critica del mondo del design, che è un universo in cui le riviste del settore non svolgono un lavoro analitico ma solo pubblicitario, elogiativo, senza il minimo senso critico.
    l’arte applicata, di cui lei 
    vincenzo biffi gentili si occupa, è stata la mamma del design industriale e ne è diventata oggi - tra autoproduzioni e oggetti di design in serie limitate - la figlia. le due discipline si stanno ricongiungendo, mescolandosi e perdendo di identità. 
    anche secondo lei è così?

    certo, è una tendenza dei nostri giorni che nasce dalla confusione e dalla contraddizione che ci arrivano dal passato. basti pensare che l’artigianato e le arti applicate italiane sono universalmente riconosciute come eccellenze del nostro paese ma non hanno mai potuto contare, a differenza di molte altre nazioni, né su di un alto luogo di rappresentanza ed elaborazione culturale e progettuale né su di un grande museo delle arti applicate.

    certo, noi abbiamo le confederazioni artigiane che economicamente e quantitativamente sono delle potenze ma qualitativamente sono poco rilevanti, direi… (ride).
    il discorso è lungo: l’artigianato italiano ha attraversato, a partire dal XIX secolo, ricorrenti crisi qualitative alle quali la politica ha variamente reagito. una delle ultime intelligenti iniziative di sostegno in questo senso risale al fascismo che, nel 1925, fondò l’enapi (ente nazionale artigianato e piccole industrie) con l’obiettivo di assicurare assistenza progettuale al mondo artigiano; aveva persino un direttore artistico nazionale. negli anni ’70 però, con l’istituzione delle regioni, l’enapi viene inserito tra gli “enti inutili” e sciolto.
    da quel momento le regioni e le organizzazioni artigiane hanno fatto precipitare la situazione badando soprattutto ad assicurarsi consensi e iscrizioni invece che a produrre qualità facendo selezione ed esclusione.
    un esempio recente è quello del marchio dell’eccellenza artigiana che, anno dopo anno, viene concesso ai laboratori con sempre minore attenzione: un’inflazione che lo priva di senso.
    altre realtà europee, come la francia, hanno pochissimi esponenti eccellenti dei mestieri d’arte che vengono segnalati e premiati ogni anno da diverse istituzioni pubbliche e private (dal ministero della cultura, dalla societé des meilleurs ouvriers de france, dal prix pour l’intelligence de la main di lilliane bettencourt…).

    è una coincidenza interessante il fatto che, proprio a partire dagli anni ‘70, il design sia diventato un fenomeno di massa. la relazione tra l’artigianato abbandonato a se stesso e il nascente design può aver influenzato l’inizio del declino?

    inizialmente si è creduto che bastasse coniugare un designer e un artigiano per creare qualità; ma progressivamente, a causa della sempre maggiore presunzione dei designer, l’artigiano è stato ridotto a un ruolo esecutivo; mentre quel dialogo avrebbe dovuto essere reciprocamente formativo.

    si è andati avanti per anni a produrre prototipi a scopo espositivo – basti pensare alle prime edizioni di abitare il tempo a verona - senza esiti significativi dal punto di vista produttivo e commerciale, tranne che per qualche singolo prototipo “griffato”. la vendita del prototipo in realtà è stata antesignana del mercato del pezzo unico di design, o del pezzo eccezionale, creato a lato del sistema dell’arte contemporanea - operazione ideata dall’abilissima ambra medda nel contesto di art basel -.
    è per questo che il mondo del design in esemplare unico, del “modernariato” attuale, ha raggiunto valori altissimi, ma accanto ai mobili di mollino e di qualche designer molto attento alla consistenza materiale, tecnica, artigianale dell’oggetto, hanno raggiunto quotazioni indecenti anche accrocchi e misirizzi.

    forse proprio questo tipo di approccio ha fatto sì che il design industriale si tramutasse (o si riconvertisse, per certi versi) in arte applicata in serie.

    questo potrebbe essere positivo in realtà perchè l’arte applicata e un nuovo artigianato possono essere una risposta alla crisi del sistema economico, finanziario e produttivo. adesso, dopo i saggi di richard sennett e matthew crawford, sembra una “scoperta dell’america”, ma io rivendico una nostra precedenza in questa riflessione con prove documentali. a torino nel 2002, organizzando una grande mostra in più sedi per celebrare il centenario dell’ esposizione d’arte decorativa moderna di torino del 1902 - la prima al mondo dedicata esclusivamente alle arti applicate - scrivemmo che la crisi che già stavamo vivendo non avrebbe riguardato solo la produzione industriale, ma anche le prospettive di lavoro giovanile, design compreso, il posto fisso ecc…

    in risposta a questo proponevamo di promuovere e aiutare una figura nuova, capace di autogestione progettuale, produttiva e commerciale: l’ artigiano metropolitano (che fu anche il titolo della mostra).affermavamo che si sarebbe verificato un grande ritorno al lavoro manuale e che non sarebbestato un ritorno “ideologico”, ma obbligato.
    william morris e i suoi seguaci commisero, nella loro epoca, un errore di valutazione storica enorme poiché portarono avanti una guerra ideologica all’industria che allora era destinata a magnifiche sorti progressive. oggi, al contrario, i principi dell’arts and crafts sarebbero quantomai attuali: non a caso oggi tutti diventano makers o autoproduttori!

    sì, è corretto e necessario proporre un’alternativa. ma la nostra sensazione è che l’autoproduzione oggi non abbia le basi né culturali né tecniche.

    sì, sarebbe stato meglio rafforzare queste prospettive a tempo debito prima che finissero i soldi. l’autoproduzione aveva e ha bisogno di formazione. le istituzioni hanno sempre considerato il progetto una pippa mentale, nonostante sia chiaro che la mancanza di progetto e di strategia di immagine impediscono la creazione di valore aggiunto. abbiamo ridotto gli artigiani da autonomi a dipendenti, a terzisti.

    parlando di istituzioni, in che direzione va il sistema accademico?

    l’italia è la terra dei paradossi: tra gli anni ‘50 e l’inizio degli ‘80 eravamo ritenuti la patria della più importante scuola di design al mondo eppure non esistevano le facoltà di design ein quelle di architettura, ai nostri grandi designer di allora - ad esclusione di achille castiglioni - non era concesso di insegnare. poi, ovunque, sono state aperte facoltà di design e abbiamo cominciato a declinare.

    ma direi che un po’ tutto il sistema didattico italiano, dai politecnici, alle accademie di belle arti, agli ex istituti d’arte, è insufficiente dal punto di vista della pratica e dell’attività di laboratorio.

    possiamo sostenere che alla base della vacuità del design autoprodotto possa esserci proprio questo progressivo abbandono del lavoro manuale?

    sì, del lavoro e del pensiero manuale, locuzione a voi cara. non a caso lo slogan di artigiano metropolitano nel 2002 era proprio “le mani che pensano”. oggi dovremmo ridefinire la figura stessa dell’artigiano, perché non può essere identificabile con questo termine colui che produce qualsiasi porcheria pur di sbarcare il lunario. l’artigiano deve essere chi produce qualità reale. è l’unica via per avere valore aggiunto ed essere identificabili a livello internazionale.

    l’unico artigianato importante, in italia, è quello del lusso perché è un settore in cui il primato mani-fatturiero italiano è indiscutibile.

    anche noi abbiamo la chiara sensazione che l’autoproduzione non porti ad un effettivo miglioramento, ma sia solo un tentativo di cavalcare ancora per un po’ l’onda e l’immagine del design tradizionale.

    l’autoproduzione ha delle potenziali basi culturali importanti ma in nessuna fiera, dal salone del mobile a operae, vengono espresse e perseguite.

    le fiere fanno il loro mestiere: commerciale. ma, senza far la morale, questo non basta. per questo ho sempre insistito nell’organizzare e curare mostre culturali dedicate alle arti applicate, dove il primo obbiettivo non fosse quello di trovare partecipanti che pagassero un’iscrizione per far tornare i conti degli organizzatori. poi, per far di nuovo un po’ di storia, quello che tutti dimenticano, makers compresi, è che l’arte applicata è l’unica tra le arti che è nata soprattutto come fenomeno politico-culturale e di critica economica. william morris era un socialista, la “società umanitaria” di milano è stata fondata su concetti mazziniani e il bauhaus stesso aveva forti ideali di critica sociale. nonostante questo, spesso, i comunisti hanno guardato con diffidenza alla figura dell’artigiano, un “autonomo” e quindi poco interessante per i movimenti, e le manipolazioni, di massa.

    invece ora l’artigianato sta diventando una “avanguardia di massa”. ma senza qualità sarà solo un misero tentativo di sopravvivenza.
    fiorirà e resterà sul mercato solo chi, come afferma il mio amico franco sbarro - un genio che crea e vende in tutto il mondo auto in esemplare unico -, riuscirà a garantire livelli progettuali ed esecutivi altissimi. se, i paesi in cui si trova la manodopera a basso costo, da un lato ci “rubano il lavoro” dall’altro producono anche i nuovi milionari. ovviamente da noi si continua ad andare nella direzione sbagliata. e non parlo solo d’industria dell’auto, ma anche di molti politecnici e scuole di design.

    possiamo dire, quindi, che l’attuale crisi del mercato scaturisca anche dalla mancanza culturale e non solo dalla minor disponibilità di denaro?

    certo. la mancanza di cultura e di formazione impedisce di creare un pubblico capace di riconoscere la qualità di un prodotto. quando una persona viene posta, per esempio, di fronte alla scelta fra due coppe di porcellana bianca di simile forma, delle quali una è un “capolavoro” e l’altra è una puttanata tipo ikea, avrà come unico termine di paragone il prezzo! e quindi sceglierà la più economica. in altri casi, la più cara, ma a condizione che sia griffata o mediatizzata. nell’uno e nell’altro caso qualità, materiale e perizia esecutiva divengono secondarie.

    questo è un problema grave, e non c’è speranza perché chi dovrebbe insegnare a ri-conoscere un oggetto, a sua volta spesso non capisce un cazzo!

    parliamo di nuovo di qualità e cultura della qualità. noi crediamo sia importante formare il consumatore, per questo vogliamo liberarlo DAI designer.

    purtroppo conta sempre di più il mercato perché il pubblico non è preparato e questo io lo sperimento anche nel mondo dell’arte. solo pochi settori hanno un pubblico tecnicamente preparato. nel mondo delle auto e delle moto per esempio, l’acquirente vuole quasi sempre sapere la potenza in cavalli, la velocità, il consumo, eccetera; non gli interessa nulla del nome del designer! infatti lo stesso philippe starck, che non sbaglia quasi mai un colpo, quando disegnò una moto - l’aprilia motò -fece un bel flop.

    il prezzo è quindi sempre meno una credenziale.

    esatto. non sempre, come dicevano le nostre mamme, chi più spende meno spende! in più adesso, visto che gli artigiani veramente bravi stanno scomparendo, nemmeno il fatto che un prodotto sia “fatto a mano” sarà più garanzia di qualità.

    è necessaria maggiore cultura materiale. in italia, per esempio, la cultura della pizza è tale per cui la gente riconosce e apprezza i metodi di cottura tradizionali dati dai forni a legna. i forni a legna per produrre ceramica invece sono tutti spenti (a differenza di altri paesi) e si rinuncia così a quegli effetti “estetici” - sul gusto e sulla la vista - che non sono riproducibili usando le attrezzature industriali. forse l’unico campo in cui sto notando un forte recupero delle vecchie tecniche è quello della grafica.

    il fatto che le sue ultime mostre fossero principalmente bidimensionali ci ha fatto immaginare che apprezzasse maggiormente le arti visive in questo momento.

    molti giovani grafici si stanno riappropriando di attrezzature desuete, si comprano i caratteri di piombo, utilizzano tecniche serigrafiche e calcografiche. sta succedendo a torino ma non solo. è un recupero che però non rinuncia alle tecnologie innovative odierne: nel catalogo di il futuro nelle mani. artieri domani per la mostra italia150 scrivevo: “c’è un pensiero manuale, ma anche uno digitale”, non c’è ragione per rifiutare i nuovi dispositivi!

    bisogna dire che forse nella grafica lo scopo è più onesto e più immediato. l’obiettivo primo in questo campo non sembra necessariamente quello di vendere oggetti ma di comunicare un concetto.

    beh, loro fanno libri, che sono prodotti a tutti gli effetti e la cosa interessante sta proprio nel fatto che loro abbiano reinterpretato il passato sia riguardo alle tecnologie produttive che alla modalità di vendita. ad esempio una ragazza di bologna, che fa parte della anonima impressori, gira i mercatini nelle piazze con una cassettina di caratteri mobili e stampa sul momento i biglietti da visita a mano. nell’ultima mostra che ho fatto al miaao era presente un gruppo di napoletani, il filo di partenope,che addirittura si autoproduce la carta! questo è un messaggio di speranza: una reazione che è rivoluzione.

    in questo modo si crea anche un rapporto più territoriale, relazionale, umano. l’autoproduzione di oggetti d’uso secondo noi sbaglia proprio nella ricerca di una vendita dozzinale, seriale, perdendo la componente “slow”.

    certo, infatti i nucleo di torino, che vendono tavoli in galleria a centomila euro, impiegano mesi a progettare e produrre un manufatto. ma l’autoproduzione sta diventando, come dicemmo nel 2002, avanguardia di massa e non tutti possono avere quel tipo di prospettiva anche perchè nel mondo dell’arte se non sei in certi giri o non riesci a paracularti non entri. è un mondo che garantisce guadagni elevati ma che non segue logiche sempre connesse alla qualità del progetto.

    la prospettiva deve essere quindi anche quella di “tornare in piazza”. a esempio ogni anno a fine giugno, a parigi, fanno un mercato della ceramica autogestito in place saint sulpice, dove sono passati alcuni tra i più grandi ceramisti francesi che fanno cose straordinarie ma che in quel contesto vendono anche bicchieri a 10 €. bisogna rompere con il sistema distributivo tradizionale. un’altro canale in cui ho cercato per anni di proporre la vendita di oggetti d’arte applicata è quello degli shop dei musei, che dovrebbero “certificare” la qualità degli articoli in vendita. ho smesso di dedicare energie a questo scopo perché nel nostro paese i bandi per aggiudicarsi quei “servizi aggiuntivi” vedono vincere nel 90 % dei casi case editrici. e quindi si ha solo scelta di libri, cartoline, segnalibri, o al massimo qualche maglietta e “oggetto di design” (sovente dei soliti alessifishdesign…).

    quindi c’è poca lungimiranza da parte delle istituzioni?

    sì, perché non fanno un ragionamento un po’ strutturato sulla storia e sul futuro e così facendo non riescono a capire qual’è la domanda e qual’è il mercato internazionale a cui puntare.

    comunque se non sei una griffe o un paraculo devi fare un prodotto di altissima qualità e vedrai che il mercato te lo trovi. in questo senso la rete può aiutare molto. io, per esempio, compro un sacco di roba su siti come etsy e deviantart. quando mai nel passato avrei potuto farlo?

    certo, ma la rete può anche essere una potenziale accozzaglia di merda. si torna sempre alla necessità di avere una buona cultura del prodotto e del progetto.

    senza una forte azione formativo-culturale non si va da nessuna parte. è lì il nodo. però sembra inutile, io continuo a gridare nel deserto. adesso sto pensando ad una nuova mostra provocatoria, stanco di vedere mostre e convegni scadenti in piemonte, nella quale documentare il movimento artigiano più antico d’europa: il compagnonnage francese. non sarà facile perché dovrei andare a parlare con questa organizzazione che da qualcuno è considerata una specie di loggia massonica (ride). ma la massoneria non c’entra, viene dopo, e ha preso molto armamentario simbolico proprio da loro.

    per capire meglio, si tratta di un’organizzazione di eccellenza artigiana?

    sì ma di eccellenza vera. non fanno particolare innovazione ma hanno delle capacità tecniche spaventose in ogni disciplina. è un’organizzazione che ha origine con la nascita delle cattedrali gotiche e che nel 2010 è stata riconosciuta dall’unesco come patrimonio culturale immateriale dell’umanità! il loro simbolo è questo giovane apprendista che, con il suo fagotto, intraprende a piedi un tour de france per le varie botteghe.

    spero di riuscire a lavorare con loro per questa mostra, in cui inviterò anche qualche maker (che sia davvero bravo però), perchè voglio mostrare la forma estrema e quasi esoterica dell’autoproduzione intrisa della mistica della tensione al “capolavoro”. e non pensiate che per noi torinesi sia così estranea e lontana questa concezione: un caplavur - un prototipo fatto a mano - ti veniva richiesto anche alla fiat, fino agli anni ‘50 ‘60, per diventare un “califfo”, come si diceva, cioè un operaio di prima (in qualche modo un nipotino transalpino del compagnon fini francese).

    sì, probabilmente si è persa la percezione di piacere autentico che dovrebbe dare il lavoro manuale, in favore di una approccio più passivo, a tratti alienato.

    bisogna sempre avere una determinazione politica forte. se leggete bene richard sennett o matthew crawford vedrete che sono libri di contestazione radicale del sistema economico e sociale “mondializzato”, anche se nessuno mai dice quella roba lì. io sostengo che uno come enzo mari, a esempio, aveva delle posizioni ideologiche alle volte insensate, ma il fatto che lui dicesse di pensare alla rivoluzione anche mentre disegnava un posacenere “armava” il progetto, gli dava intensità e qualità. ora parrebbe una cazzata. infatti il dramma della generazione recente è aver ridotto il design a un “genere” di oggettini, di robine, disegnini; quelli subalpini, creati ascoltando i subsonica e pensando a una squinzia…

    per non parlare della deriva giocosa.

    sì, è anni che esiste questa “giocattolizzazione” del mondo attraverso bibelot “spiritosi”.

    qui nel suo studio vediamo oggetti che hanno una volontà espressiva completamente diversa da ciò che vediamo usualmente.

    qui tengo degli oggetti al limite del kitsch, del “cattivo gusto” - altra locuzione che dovreste apprezzare, essendo la denominazione del lato artistico del vostro gruppo progettuale - perché credo molto nella violenza di una creatività popolare “indisciplinata”. io non sopporto l’oggetto del designer “fighetto”, figura dominante anche a torino. la linea aggraziata, il colore pastello, una forma degradata dell’estetica del tinello. le energie espressive sono da valorizzare, non da castrare. in ogni mia mostra insisto sempre su questo concetto di progetto “non corretto”. anche se è difficile, perché si deve possedere una “volgarità sensibile”, camminare sul bilico “tra triviale e sublime” e certo, rischiando di cadere… (ride).

    un progetto border line, “non corretto” anche politicamente: a esempio nella mia mostra per italia 150 alle ogr campeggiava una famosa frase di ezra pound: “con usura non v’è chiesa con affreschi di paradiso”. pochi lo sanno, ma pound era un seguace di william morris e il suo canto sull’usura è pieno di riferimenti alla qualità artigiana che rischia di essere distrutta da una certa idea di mercato e di società corrotta dal denaro. in quest’ultima mia mostra alle ogr, (le rovine esposte, ndr) ho fatto invece scrivere a caratteri cubitali ruinenwert, un termine usato da albert speer per teorizzare il fatto che un architetto ambizioso deve progettare pensando che un giorno la sua architettura andrà in rovina e che anche come rovina dovrà avere valore. pure speer, per carità! (alza gli occhi al cielo).

    il concetto che sta esprimendo è quindi quello che sia fondamentale conoscere la storia, ma che occorra anche avere il coraggio di andare oltre.

    è fondamentale andare oltre la contingenza e opporsi allo stato delle cose. serve maggiore trasgressività rispetto alla situazione attuale anche perché se non trasgredite da giovani quando lo farete?

    è sicuramente anche colpa della generazione immediatamente precedente alla vostra che ha vissuto in anni in cui “ce n’era per tutti” e che non riesce ad abituarsi alla fase del “bambole non c’è una lira”. oggi bisogna operare in modo molto più aggressivo, anche a costo di parere coglione, di farsi per finta, che so, filocubani. per fortuna, con l’accelerazione della crisi, il progetto “carino” apparirà sempre più osceno e inopportuno.

    la crisi è interessante perché crea nuovi spazi e genera coraggio. noi stiamo cercando di creare un movimento di confronto su questi temi, ma poche volte troviamo riscontri positivi, visioni nuove del mondo.

    sapete, c’è anche meno generosità. io ho conosciuto la prima generazione di designer ed era gente che si stimava, che si sentiva unita, che “parlava bene” uno dell’altro. non mi è mai più capitato. non vedo nascere nulla del genere oggi. infatti quando ugo la pietra mi ha proposto di allestire qui al miaao nel 2011 una sua personale sul tema abitare la città ho accettato, ma per evitare la “commemorazione” gli ho chiesto anche lavori recenti. abbiamo così sottotitolato l’esposizione: per una nuova radicalità. ma è necessario anche dar spazio ai giovani, perché siamo una società vecchia, con gente che non molla nulla e una classe dirigente che è per molti versi peggiore di quella passata.

    ma la situazione giovanile oggi mi appare drammatica perché, accanto a fenomeni molto limitati e marginali di contestazione dura, la maggioranza resta nell’indifferenza e nell’assenza di speranza. siete meno curiosi e meno aggressivi. Il progetto, diceva giustamente enzo mari, è anche conflitto.

    quindi siamo troppo individualisti. forse dovremmo tornare a creare gruppi in una rete reale, non solo virtuale.

    oggi la priorità dovrebbe essere quella di un’alleanza di fatto tra tutti quelli veramente incazzati, qualunque origine ideologica abbiano. non a caso, qui al miaao, già qualche anno fa ho allestito una mostra con pablo echaurren intitolata rosso + nerogarantendomi così una visita preventiva, peraltro cortese, della digos. perché ormai certi conflitti tradizionali rafforzano solamente lo stato di cose dominante, che trovano così una giustificazione per l’esercizio della repressione.

    repressione?

    non so se ve ne siate accorti (io sì), ma la situazione a livello di controllo sociale in senso lato, è pesante a torino. conoscete la vicenda degli undesign che avevano affisso dei piatti di porcellana con frasi tratte dal romanzo “fight club” nelle vie del centro nel natale 2011?

    ebbene, sono stati rinviati a giudizio per “procurato allarme”, poi per fortuna assolti.

    sì, è un caso che ha del ridicolo (sorridiamo).

    no, non è ridicolo! è assurdo che uno stato faccia un processo per una roba del genere! la repressione comincia così, dalle piccole cose. figurati quelle grandi. non mi esprimo sulla questione tav, ma un movimento come i notav è stato troppe volte, fin da subito, “criminalizzato”, sino a farlo apparire come un movimento eversivo che secondo me non è.

    quindi da una parte abbiamo subìto repressione (o lobotomizzazione) mentale/culturale e ora lei ci sottolinea che sta iniziando anche una repressione fattuale? vista così la situazione ha un che di tragico.

    dovremmo sicuramente reagire molto di più. conoscendo un po’ gli attuali esponenti politici, che mediamente hanno una concezione della cultura equivalente a quella delle madamin (signorina bigotta in piemontese, ndr) che infatti premiano con nomine e prebende, un po’ di casino aiuterebbe. con questa classe dirigente, se qualcuno si mettesse finalmente a gridare, o a dileggiare, si farebbe sicuramente notare.

    sapete la storia di quel simpatico cazzone di grafico francese che quando marsiglia è stata proclamata capitale europea della cultura 2013 ha stampato e appeso dei poster in giro per la città con scritto “CACAPIPItale de la CUCULture”?

    oppure di quell’altro che ha pubblicato un finto manifesto del ministero della cultura francese infarcito ad arte di errori ortografici? qui non riesco a pensare a qualcuno cui possa venire in mente di fare una roba così. sarebbe lesa maestà.

    voi conoscete qualcuno in grado di fare ‘sta cosa a torino?
    e invece sarebbe positivo perché vorrebbe dire essere liberi mentalmente, uscire dalla sindrome del dipendente (che uno stipendio non prende…).

    (torino, 19 giugno 2013)

     

  2. galliano habitat. showroom di design, capannone di design, negozio di design, museo del design. il fronte di liberazione entra nella tana del lupo. tremante.

    l’ingresso è pieno di design, la receptionist sa di design, presto siederemo su qualche pezzo di designmauro galliano si districa agevolmente fra letti, divani, scrivanie di design. ci conduce ad un laboratorio di alberelli in legno, di miniature di pallet in legno della filiera della val pellice, di cerchioni di bicicletta portafoto. “Questo è il laboratorio di opere aperte”.
    poi d’un tratto ci troviamo davanti una renault 4 con la carrozzeria di legno, vecchi comodini sverniciati, scale a pioli da cascina tra salotti post moderni. il contrasto. la creatività. il vecchio con il nuovo. il riuso riadattato fuori contesto. sbuca riccardo galliano, professore di design alle medie. “i ragazzi devono sapere, fin da subito.” il buon progetto, l’estetica, l’oggetto in bachelite, la brionvega anni ‘60, giò ponti, castiglioni, la grande italia del dopoguerra. ancora qualche minuto e staremo per comprare una cucina. di design. dobbiamo reagire.

    beh ecco, in realtà siamo venuti per parlare del progetto opere aperte (si unisce a noi alessandra occhetti, l’architetto che gestisce il laboratorio).
    potete parlarci meglio del progetto? di cosa si tratta?

    r: nel 2011 abbiamo iniziato a lavorare con i pazienti di due società - blu acqua e du parc - facendoli approcciare al nostro laboratorio artigianale con l’obiettivo di costruire degli arredi per le loro stesse residenze. il progetto, ancora un po’ nebuloso, ha poi assunto visibilità con la presentazione a cascina cuccagna a milano durante il salone del mobile nel 2012. in seguito a questa esperienza siamo stati chiamati a concorrere ad un bando per la fornitura di arredi per un progetto di social housing che sta per essere inaugurato in piazza della repubblica a torino.

    un bando per social housing, di che si tratta?

    m: siamo stati contattati direttamente da SiTi (un’associazione senza scopo di lucro formata dal politecnico di torino e dalla compagnia di san paolo, ndr) che ha seguito un progetto di ristrutturazione per la creazione di una residenza sociale, appunto. gli immobili sui quali abbiamo lavorato sono di proprietà della città di torino e sono stati affidati in comodato - per trent’anni - alla compagnia di san paolo.

    r: ora, oltre al primo intervento in piazza della repubblica, sta nascendo un nuovo cantiere in via san pio v (nei pressi della sinagoga di piazzetta primo levi, ndr) nei locali dell’ex convento delle suore del buon consiglio, un posto bellissimo.

    quindi avete vinto il bando grazie alla componente sociale di opere aperte? credete sia stato considerato un importante valore aggiunto per il progetto?

    m: sì, la nostra proposta è stata premiata soprattutto per il carattere sociale. hanno scelto un progetto che non si limitasse a porre solamente degli arredi all’interno di involucri. hanno preferito non accettare il paradosso ikea, cioè affidare il lavoro a qualcuno che magari produce in cina, importa in europa e fattura da chissà dove a fronte delle migliaia di disoccupati italiani.

    i disoccupati italiani che avranno bisogno di usufruire del progetto di social housing (ridiamo -seri- noi)? 
    voi fate co-progettazione con i ragazzi delle residenze, ma immaginiamo che, almeno in questa prima fase, la fase progettuale l’abbiate curata voi in prima persona.

    a: sì, ma questo fatto è scaturito dalla mancanza di tempo. il nostro obiettivo in realtà è quello di poter includere i ragazzi anche negli aspetti decisionali. vorremmo farlo già nel progetto in san salvario se saremo chiamati a partecipare, dove sarebbe bello arrivare un po’ prima, magari recuperare qualche pannello di cantiere vero.

    sì, abbiamo visto che per il momento il recupero è solo un ambizione; il legno che utilizzate è nuovo. riproducete la suggestione del recupero con materiali nuovi. un falso voluto o dovuto alle situazioni?

    a: nessun falso! dove è stato possibile, il recupero di oggetti è stato effettuato coerentemente. alla base del laboratorio però, non c’è solo il recupero. a noi preme insegnare ai pazienti un metodo di lavoro, a guardare con altri occhi materiali e oggetti comuni. abbiamo scelto di produrre dal vecchio indagando i possibili ambiti di utilizzo di un oggetto dismesso. così facendo siamo riusciti a soddisfare curiosità e ricerca di novità utili a favorire riflessione e ideazione creativa autonome. per il progetto di social housing, nello specifico, ci sono state chieste delle garanzie di qualità e per questo abbiamo dovuto usare del materiale nuovo che soddisfacesse queste richieste. dove riusciamo cerchiamo di utilizzare materiale di scarto; ad esempio per quanto riguarda i tessuti abbiamo utilizzato campioni, anche di altissima qualità, tutti rigorosamente in fine serie.

    r: il blocco cucina, ad esempio, necessita di alcuni criteri di sicurezza propri della realizzazione industriale. in questo caso abbiamo fatto valere la nostra facoltà di scelta optando per un produttore italiano, che producesse con materiale proveniente da filiere controllate.

    a: bisogna prendere in considerazione che questi arredi saranno sottoposti a fortissimi stress perchè in questi appartamenti passeranno migliaia di persone! per questo servono garanzie di un certo tipo.

    è molto interessante il discorso del laboratorio “aperto”. come vi interfacciate con questi ragazzi?

    a: l’importante è avere ben chiaro cosa si vuole trasmettere loro. abbiamo scritto un progetto che palesasse i nostri intenti, anche perchè i ragazzi percepiscono molto bene un tuo eventuale stato confusionale. e lo rimarcano volentieri! (ride) poi c’è qualcuno che si applica di più di altri è ovvio. pensavamo di formare dei diversi livelli di competenza, perchè alcuni di questi ragazzi in due anni hanno appreso capacità tali da poter iniziare a fare progettazione.
    in ogni caso, questo non è un laboratorio enorme quindi non possiamo garantire tutti i tipi di lavorazioni.

    r: cerchiamo di adattare il progetto in base alle tecniche che possediamo. dobbiamo poter portare a termine il lavoro anche solo con un seghetto alternativo.

    quindi le tecniche influenzano la progettazione. è un aspetto positivo del laboratorio.

    a: sì, crediamo sia più corretto palesare i propri limiti, piuttosto che demandare a terzi la produzione pur di accaparrarsi il lavoro. non sarebbe sostenibile.

    a proposito di sostenibilità, noi siamo soliti confrontarci sul concetto di design e sulle sue forme contemporanee, spesso deviate. crediamo che il termine stesso sia saturo e da eliminare.

    r: ho visto che sul vostro sito siete soliti barrare il termine design. ecco, noi siamo da tempo alla ricerca di un termine che lo possa sostituire, in modo che si possa cancellare questo mondo, questa parola, e se ne possa creare uno nuovo, da zero. e ripartire.

    la sensazione nostra è che si sia arrivati al limite del baratro; lo stesso salone del mobile è inaccettabile. un’operazione come opere aperte può essere interessante perchè incanala negli oggetti valori sociali e di partecipazione.
    inoltre la vostra forza in questo progetto è il fatto che non abbiate bisogno di vendere direttamente. il fatto di non essere a diretto contatto con il mercato vi permette di non intraprendere lo stesso circolo insostenibile della sovrapproduzione.

    r: sì, la controprova di questo sta nel fatto che, nei nostri canali di vendita tradizionali, questo tipo di oggetti non trovano riscontro. noi stessi non sappiamo se sarà possibile far convogliare questo concetto sociale con quello dell’acquisto del privato.

    m: esatto, il fatto che per ora non esista un mercato, per noi è una situazione nuova, paradossale. però è più facile lavorare con gli enti pubblici che, rispetto all’utente, non basano il proprio gusto estetico solo su quanto visto sulle riviste.

    a: credo però esistano persone vicine a questi argomenti, come l’autoproduzione. ma non tutti hanno a disposizione spazio e strumenti, quindi il nostro sogno è creare un ambiente in cui dare la possibilità di costruire a chiunque voglia fruirne. e magari suggerire accortezze progettuali.

    sì, il laboratorio sociale è un’interessante alternativa al mondo dell’iperproduzione odierna. abbiamo indagato l’argomento anche noi.

    r: effettivamente non vi abbiamo chiesto di voi: cosa fate? che formazione avete?

    noi siamo designer politecnici in crisi di valori.

    r: beh, pensate che i vostri colleghi che sono in stage da noi oggi sono in cantiere a montare cucine.

    è ben più edificante e costruttivo di molti altri stage, ve lo assicuriamo. le università hanno perso la bussola, stanno formando professionisti per un mondo saturo.

    r: fino a 5 anni fa noi stessi eravamo più fiduciosi, per quanto cercassimo di essere critici. la bussola si è persa in generale.

    voi che siete quotidianamente in contatto con l’utente ultimo della filiera, rispetto a qualche anno fa notate una differenza d’approccio o semplicemente una diminuzione della capacità d’acquisto?

    r: l’inizio dello sputtanamento coincide con gli anni ‘80, con la milano da bere. il design è diventato uno status symbol perdendo la propria identità e avvicinandosi sempre più al termine lusso.

    un acquisto meno consapevole, quindi. meno cultura del buon progetto, del buon prodotto.

    r: fino agli anni ‘70 si facevano dei bei progetti in cui la casa veniva intesa come un organo formato dai suoi elementi interni. dopo si è perso tutto in favore del marchio, complice la pubblicità. ora è finito anche tutto ciò.

    m: è cambiata la generazione. se voi chiedete a un passante una marca di arredamento vi risponderà ikea o, al massimo, scavolini.

    la fidelizzazione all’ikea ha generato un minor interesse in generale nel prodotto di qualità e l’azzeramento della capacità critica; in più, dando al cliente la possibilità di comperare a basso costo, si genera uno stato di acquisto compulsivo. ci illudono che sia democrazia, ma è bulimia.

    m: noi teniamo molto a opere aperte proprio perchè è un vero progetto di arredamento “democratico”. è assurdo che, in generale, questo ruolo venga ricoperto dal colosso ikea che di democratico non ha nulla!

    noi nasciamo pessimisti. o forse nichilisti. voi che conoscete questo mondo, vi immaginate o, meglio, auspicate una ripresa?

    r: ripresa? il prossimo step sarà la decimazione di rivenditori e produttori. tutti rigorosamente di design (ride)! è in corso un ridimensionamento da cui non si può e non si deve tornare indietro. molti colleghi ci dicono “speriamo finisca sta crisi”. è assurdo. pensano che da un giorno all’altro la gente riprenda a consumare senza farsi domande! noi ci auguriamo semplicemente di poter continuare a fare il nostro mestiere, seppur ridimensionato, consci che la gente un culo da appoggiare ce l’avrà sempre.

    m: il problema è che oggi abbiamo più sedie che culi!

    eh sì. dovreste riuscire a creare una rete di realtà eccellenti che possano rappresentare una vera alternativa a ikea.

    m: sì, per creare una rete bisogna collaborare e questo è un aspetto molto lontano dalla cultura italiana. da noi si compete a prescindere, come nelle riunioni di condominio (ride)! la fase collaborativa non viene concepita, guarda caso noi la rete abbiamo dovuto crearla tra realtà non competitive tra loro!

    è inquietante sì. ma per noi è un fatto consolatorio che persone come voi, cresciute nel commercio, facciano questo tipo di riflessioni. 
    ultima domanda: riuscite a produrre tutti gli arredi di ogni appartamento nel laboratorio?

    r: no. come detto prima alcuni arredi, come le cucine, sono di fornitura industriale, altri sono al 99% industriali e vengono customizzati dai ragazzi apponendovi le ultime modifiche. alcuni elementi sono invece stati realizzati dall’artigiano/artista andrea bouquet (colui che ha impiallacciato la renault 4, ndr), che ha aggiornato mobili esistenti applicandovi ante in castagno della val pellice e poi ci sono gli arredi dismessi recuperati dalla cooperativa della parrocchia che sgombera cantine, come i comodini e le scale a pioli.

    m: e poi c’è tutta la parte tessile in via pietro micca dove abbiamo tessuti di recupero e dove susanna, la sarta responsabile del progetto “tessile casa”, ha tenuto alle ragazze un vero e proprio corso di cucito specifico per i complementi d’arredo.

    r: altro discorso sono le sedie: una parte l’abbiamo recuperata da un rivenditore prossimo alla chiusura, un’altra abbiamo dovuto acquistarla sempre per via della garanzia di sicurezza.

    fino a un’ora fa non ci aspettavamo che dei venditori di design riuscissero a percepirne l’attuale inutilità, grazie. in quanto fronte di liberazione dai designer: avete una prima dichiarazione da liberati?

    r: crediamo che dovremmo impegnarci tutti insieme per salvaguardare l’esistente e non creare continuamente del nuovo. stiamo stuprando il territorio. stiamo cementificando terreno coltivabile in favore di capannoni che adempiranno al solo compito di reggere un cartello con scritto “vendesi”!

    (none, torino, 21 maggio 2013)

     

  3. milano, 21 11 12. data palindroma mistica, presagio di un incontro oscuro e labirintico. raggiungere la naba (nuova accademia di belle arti) è fattibile, trovare il suo president advisory board (?) non altrettanto. «il presidente? vi aspetta nel suo studio: palazzina xy, piano 00, seconda porta segreta a destra». 
    di sandro sappiamo poco, se non che ha un cognome da duro, che è un carissimo amico di mendini e che con lui ha fondato alchimia, che è docente al politecnico di milano e che c’entra qualcosa con misiad (milano si autoproduce design), una delle realtà più nebulose nel già nebbioso mondo dell’autoproduzione. ulian ci ha detto che è uno dei pochi sognatori che vive realmente il suo sogno e il fatto che mendini abbia così insistito per farcelo incontrare ci fa presagire che possa davvero essere un tipo para-normale. la sua firma a fondo mail inoltre non lascia indifferenti: alessandro guerriero, il p’artigiano.

    dopo innumerevoli giri a vuoto per l’accademia la porta dell’ufficio del guerriero ci si para magicamente davanti: è il budda dell’inutile in persona ad accoglierci nel suo mausoleo iconolatra pieno di colorati ciapa puer – come diremmo a torino -.

    buongiorno ragazzi! ero curioso di conoscervi. mendini, all’ultima riunione di misiad, vi ha fatto una gran pubblicità con questa storia della chiave d’oro, ha parlato a tutti del vostro progetto!”

    sì, mendini ci ha parlato molto di questo progetto milanese sull’autoproduzione.

    l’autoproduzione è il futuro.

    più che il futuro ci sembra la nuova tendenza del momento. possiamo chiederle di registrare l’intervista?

    beh no, in effetti non è il futuro; e l’argomento non è nemmeno così chiaro tant’è che nel misiad hanno bisticciato. c’è qualcuno che è interessato a creare un movimento, un’avanguardia, mentre altri vogliono solamente fare il mercatino, che poi ti viene la signora delle collanine che non interessano a nessuno. forse cambierà nome.

    certo, la realtà del mercatino ha un che di parrocchiale. ribadiamo la domanda: possiamo registrare l’intervista?

    ma no. che registrare? siete giovani – diamine - e avete buona memoria! e poi scrivete così bene. mi fido di voi.

    ok. (iniziamo a nuotare nel fango).

    non vi ho ancora chiesto cosa fate voi. autoproduzione? partiamo dal fondo e risaliamo la corrente, come i salmoni.

    noi non crediamo molto nel mondo dell’autoproduzione attuale perchè mantiene la stessa accezione consumistica del design da rivista. al momento indaghiamo il sistema malato del design, che porta ad acquisti incoscienti.

    quindi vi interessa il sistema della vendita? allora siete degli uomini di marketing! credevo foste più profondi!

    NON ci interessa la vendita, bensì capire quali siano gli aspetti che generano la superficialità dell’intero sistema. l’acquisto e la vendita sono sistemi da cambiare, sovvertire, distruggere.

    e l’autoproduzione non va in questo senso secondo voi?

    noi crediamo che l’autoproduzione vada regolata e che debba togliersi di dosso quella fastidiosa patina di superfluo.

    sapete esistono due tipologie di progettisti: quelli che producono per l’industria e quindi per “tutti” e quelli che producono ad personam. quest’ultimo è un lavoro quasi da antropologo. perchè? perchè i gusti delle persone sono fortemente diversi tra loro.

    il designer che lavora per l’industria non produce per tutti ma per un’èlite o, peggio ancora, per soddisfare il proprio ego.
    l’autoproduzione sarebbe accettabile se progettasse per committenti reali (e tra l’altro non avrebbe nulla di diverso dal concetto di artigianato) ma attualmente progetta e produce per fruitori casuali, generici. di “antropologico” non ha nulla.

    e l’inutilità dove la mettete?

    per noi l’inutilità è merda (salmodiamo noi, chierichetti del pensiero manuale, in coro).

    come merda? l’utilità dell’inutile è importantissima! l’oggetto ha un anima, assume una dimensione mistica, mentre l’oggetto utile è utile solo al mercato! vi mando il testo che ho scritto a proposito (era troppo inutile che non ci è mai pervenuto? ndr). solo un progetto che non va a buon fine sarà un progetto vincente.
    io è dal ‘97 che lavoro nel carcere di san vittore e, pensate, un anno abbiamo costruito un’arca! la trovate utile? no. però in un carcere dove prima non si poteva utilizzare un cacciavite, ora c’è una falegnameria vera e propria! nel 2008, sempre in collaborazione con san vittore, abbiamo presentato una collezione di abiti disegnati da giorgio armani cuciti interamente dalle detenute. ho fatto anche progetti di sartoria in collaborazione con dei ragazzi con la sindrome di down.
    io credo nella forza dell’oggetto. i problemi di produzione, acquisti, vendite non esistono perchè l’oggetto ha un suo valore e solo per questo deve esistere! l’autoproduzione, che sembra una cosa che ci siamo inventati oggi, non è altro che uno sfogo espressivo, una smania progettuale, io l’ho sempre fatta! ma l’avete visto il mio sito (http://www.alessandroguerriero.com/) e i link che vi ho mandato? come no? (mai pervenuti nemmeno questi, ndr).

    tagliamo la testa al toro: aprite una tam tam a torino. perchè ridete? non fa ridere. adesso stiamo facendo la tam tam a napoli con dalisi. dovrebbero aprire in tutto il mondo. tam tam è una scuola ad altissimo livello ma completamente gratuita che si occupa di attività visive. si possono iscrivere tutte le persone che vogliono fare dei progetti straordinari indipendentemente dalla razza, dalla cultura, dall’età. non è una scuola.

    beh, noi non avremmo nemmeno un luogo in cui tenere le lezioni. va bene che tam tam vuole essere una scuola estrema e libera ma così ci sembra troppo. abbiamo letto che voi tenete le lezioni qui alla naba. avete aperto una scuola nella scuola.

    io ho fatto la scuola libera nella scuola degli americani (sapete che l’hanno acquistata due anni fa?) e non se ne sono ancora accorti. è un gesto di boicottaggio dall’interno. combatto il sistema da dentro! a me gli americani non sono mai piaciuti, nel ‘68 tiravo loro le pietre. ve l’ho detto, io sono un p’artigiano!
    non sto scherzando, ragazzi! aprite una tam tam, liberiamo la cultura!

    l’intervista si chiude con qualche battutina sferzante di sandro sui suoi colleghi designer milanesi che non riportiamo per ovvie ragioni diplomatiche. fossimo inviati di vice – o anche solo capaci ad usare una reflex - vi regaleremmo lo shooting più inutile dell’anno: svariate statue in miniatura, una scrivania piena di prototipi e disegnini vari, colore come se piovesse, vasi cinerari. la credenza in simil radica della vostra prozia, con su appese le fotografie dei cugini che reggono la torre di pisa, apparirebbe di colpo scarna, sobria, minimal. l'ufficio di alessandro guerriero rispecchia appieno la sua personalità traboccante. usciamo di lì impressionati da quanta energia inietti quest’uomo, da come creda che per portare avanti un progetto basti volontà e forze delle idee - non importa che idea sia e che fondamento abbia, basta che sia forte - e da quanto riesca a trasmettere voglia di prendere l’iniziativa e fare, qualsiasi cosa, anche la più inutile che uno possa pensare. guerriero e strenuo difensore della libertà inutile.

    "questa è la statuetta di me stesso. però mi sono fatto ritrarre un po’ più magro, già che c’ero (ride di gusto). potrei donarvi questo piccolo sandro. oppure questo vaso della morte. invendibile. vi ringrazio per la chiave, ma abituatevi all’idea che non ci sono chiavi nè serrature. solo porte girevoli.”

    (milano, 21 novembre 2012)

     

  4. milano, matteo ragni ci aspetta nel suo studio seminterrato. ci accoglie una bicicletta sul cui telaio capeggia un ragnetto nero di gomma. “matteo arriva subito, è al telefono” assicura un’assistente distogliendo la nostra attenzione dalla spiderbike. veniamo accompagnati e abbandonati in un mucchio di prototipi di macchinine giocattolo in legno. come bambini in una vasca di palle colorate, persi in un sogno infantile, veniamo risvegliati da una giacca argentata e luccicante e una camicia a righe bianconere psichedeliche contenenti mister ragni in persona. il giovane aspetto rende il dialogo in seconda persona naturale. vuoi presentarti?

    sono matteo ragni, classe 1972, architetto di formazione, designer per passione. più che designer, sono appassionato di design, perchè il design di prodotto è solo una piccola parte di ciò che faccio. mi interessa esplorare ciò che c’è intorno al design. io ragiono unendo i punti tra i piccoli aspetti del design, non limitandomi alla buona forma del prodotto.

    potresti fornirci una definizione di design?

    spesso dico che il design è poesia solida, nel senso che è un modo per far vibrare le anime, per far capire in che modo possiamo cambiare il mondo attraverso le nostre scelte. fare un progetto è un atto politico. penso che il design sia un modo di essere. 
ma io non sono un teorico, lavoro di pancia. il design è soprattutto un modo per esprimere idee.

    il design è ormai - troppo spesso - mera espressione di un atto creativo.

    per me significa cercare di risolvere problemi attraverso uno strumento che è il progetto.

    che tipo di problemi risolve il design di oggi?

    problemi di vita… ragazzi, queste sono domande imbarazzanti, io ancora non so cosa faccio a questo mondo! io sono contento di essere un designer perchè è un ruolo che mi permette di risolvere problematiche o alleviare dei disagi. ma a me non interessa l’atto creativo, bensì quello progettuale. l’atto progettuale - per citare jovanotti - dev’essere una tensione evolutiva. non prendetemi per matto, ma per me jovanotti è un ottimo designer. la sua frase “non ci si disseta ingoiando la saliva” tradotta nel campo del design significa che non bisogna rimanere nella piccola nicchia del design, ma farsi contaminare bevendo l’acqua da un’altra fonte. il design non è più la forma che segue la funzione, ma un minestrone dove c’è di tutto.

    secondo te il pubblico come percepisce l’argomento design?

    ah, mia mamma ancora non sa come faccio a mantenere una famiglia di cinque persone. se in tutti questi anni non sono riuscito a spiegarglielo, ci sarà un motivo. non è questione di tipologia di prodotto, ma di approccio al mondo. 
quand’ero alle prime armi avevo - come tutti, credo anche voi - voglia di soddisfare il mio ego, conoscere delle ragazze, diventare famoso… ma diventi un vero designer quando pensi al plurale e non al singolare. è un grande cambio di prospettiva. io non voglio lavorare per un’azienda, ma con un’azienda o con un artigiano. nella mia breve storia i progetti più belli sono legati ad una forte coesione con l’imprenditore, che spesso è un artigiano. questi occhiali (w-eye, indossati da ragni nell’immagine, ndr) sono un capolavoro di ingegneria, di tecnica, di sapienza artigiana…questo progetto è nato collaborando con un signore con cui ero solito andare a camminare in montagna e con il quale generalmente parliamo di educazione dei figli più che di teoria del design.

    secondo te perchè continuiamo a produrre oggetti, in questo mondo di sovrapproduzione?

    cito ancora jovanotti - conscio del fatto che passerò da fanatico - perchè veramente la tensione evolutiva è quella che ci spinge a migliorarci. la volontà è quella di lasciare un segno del proprio passaggio. è un compito difficile per i prodotti di disegno industriale, perchè hanno una vita corta. oggi siamo obbligati a riprogettare continuamente non solo oggetti, ma anche comportamenti. munari, che considero il mio nonno spirituale, nella sua tarda età ha capito che la cosa più importante non era progettare oggetti ma persone, dedicando così la sua vita ai bambini. progettare persone vuol dire progettare comportamenti per migliorare la vita delle persone stesse. anche questo (prende in mano una tobeus, la sua linea di automibili giocattolo in legno) è un progetto fatto per educare, non per vendere.

    in questo senso credi che anche le aziende producano pensando all’uomo e non solamente alle vendite? nel dopoguerra erano fondamentali, in quanto serbatoi di generi di prima necessità, oggi che ruolo hanno?

    le aziende hanno sempre prodotto al fine di creare nuovi bisogni, solo che nel dopoguerra le necessità erano altre. poi tra gli anni ‘70 e ‘90 ci siamo gradualmente tolti ogni sfizio e ora siamo con le tasche vuote.
questa crisi è un atto favoloso dal punto di vista della sostenibilità, perchè sta portando ad una disintossicazione da questa bulimia produttiva e di consumi. non si comprano più prodotti nuovi. è una questione di consapevolezza indotta, come la legge sul fumo: adesso i fumatori stessi sono contenti che non si possa fumare nei locali pubblici. certe volte anche un atto politico può indurre a comportamenti migliori, credo sia questo il compito del designer.
 mi sono perso…

    parlavamo del ruolo delle aziende…

    ah, è vero. ma io non sono un designer classico, un mobiliere, un divanista. l’unico divano che ho fatto è un prototipo che ho in casa ed è scomodissimo. il vero problema è che oggi le aziende sono dei followers, seguono, non innovano. la stessa ikea cavalca sempre l’onda, è quello il loro segreto: dopo che la lampada miss sissi di starck è entrata nell’immaginario, è arrivata l’ikea con un clone ad un prezzo dieci volte inferiore. le aziende non sono più disposte al rischio. forse solo alessi segue ancora la filosofia secondo la quale un prodotto sbagliato può essere sinonimo di innovazione. ma le aziende non lo capiscono più, fanno piccoli passi, seguono la scia, non aprono varchi!

    poi i mercati cambiano. questi occhiali credo siano un buon esempio: nascono in un’azienda che ha sempre prodotto stampi per curvare il legno per il comparto mobiliero, ma che di fronte alla crisi ha saputo rinnovarsi. hanno fatto un vero e proprio “salto della scimmia” (lanciarsi da un albero all’altro tenendosi ancorata al ramo precedente con la coda, ndr) diversificando la produzione con un oggetto che non c’entra nulla con la loro cultura del prodotto, ma che sfrutta il know how e le tecnologie a disposizione. le aziende hanno bisogno di cambiare punto di vista e i designer hanno il dovere di aiutarle.

    creare nuovi mercati che prima o poi verranno saturati significa saturare la società. noi siamo soliti chiedere che scenario ti figureresti se domani le aziende dovessero chiudere.

    beh, in realtà molte fabbriche hanno già chiuso. è necessario un cambio di prospettiva; io stesso a volte mi chiedo se sia giusto disegnare una seggiolina e spesso mi rispondo di no. molte aziende chiudono perchè non hanno un contatto con la realtà. più filtri metti in una gerarchia dirigenziale, più ti allontani dal tangibile. le aziende italiane sono medio piccole e hanno bisogno di un contatto con la realtà, ma anche di un pizzico di follia e coraggio. lo spremiagrumi di starck è nato contro ogni logica, anche produttiva, da una pazzia di alessi. non avrebbe passato alcun tipo di test di nessun marketing manager, come la bookwarm di ron arad. molti best seller delle aziende di design sono dei controsensi della logica di marketing classico. eppure, cos’è, fortuna? o genio? io credo nel genio dell’imprenditore, nell’intuito. steve jobs diceva di aiutare le persone a trovare un oggetto che risponda alle loro esigenze nascoste. le esigenze delle persone cambiano e fare design vuol dire guardare oltre, capire quello che verrà. il designer prevede il futuro, è un po’ un mago.

    ma non ci hai figurato lo scenario nel caso in cui chiudessero le aziende, quello apocalittico. da film.

    io farei il gelataio. tanto la gente non comprerà poltrone, ma dovrà pur mangiare. e gli operai coltiveranno. oggi c’è un forte ritorno alle mansioni agricole in italia, soprattutto da parte dei giovani che un tempo scappavano alla ricerca di un lavoro in fabbrica.

    e il progettista?

    il progettista progetta la cantina sociale, la bottiglia per il vino e si ricomincia!

    il sistema produttivo è chiuso su se stesso e non è in grado di accettare che il meccanismo si inceppi. chi progetta in questo momento dovrebbe veramente avere un ruolo fondamentale.

    sono argomenti affascinanti, ma utopici. a livello teorico a me piace molto il fatto di avere la possibilità di prodursi le cose da sé e di tornare alla vita rurale, o al baratto: chi porta il vino, chi il pane, il formaggio. sarebbe un ritorno molto romantico al passato, ma non terrebbe conto della nostra società e quindi mi ritengo piuttosto scettico sull’argomento “faccio tutto da me”.

    a proposito cosa pensi di questa tendenza dei designer autoproduttori?

    l’autoproduzione nasce come sconfitta. tutti vorrebbero disegnare per la fiat, ma quando ti rendi conto che non ce la fai, allora la risposta è questa. è la stessa cosa che ho fatto quando ho iniziato con giulio (iachetti, ndr) con un marchio che si chiamava sinequanon. il punto è che l’autoproduzione spesso prende una deriva legata più all’arte. come ad operae per esempio. io non ho avuto modo di andarci ma mi hanno detto che era pieno di “lavoretti”. c’era anche iacchetti con internoitaliano che sta cercando di scardinare la logica designer imprenditore produttore venditore consumatore. ho un’amicizia molto forte con giulio ma credo che questo tipo di progetto si presti a parecchie critiche, nonostante sia un modo per trovare nuove strade o ripercorrerne di vecchie. cosa significa questo approccio? bypassare aiazzone o ikea? fare come la eminflex, che produce e vende direttamente? il designer allora diventa imprenditore di se stesso, come del resto è sempre stato. questa mia macchinina di legno costa al pubblico 48 €. una bella cifra direi! io stesso farei fatica a sborsare quella somma per un giocattolo per bambini. il prezzo però è gonfiato dalla logica della distribuzione. io potrei venderlo a 30 € sul mio sito. guadagnerei di più e il consumatore spenderebbe meno. anche se così il distributore ed il negoziante andrebbero a spasso (storce il naso).

    a me interessa trasferire il concetto della qualità e della durabilità del giocattolo. se lo facessi produrre a meno, in cina, il progetto non avrebbe più senso. poi mi troverei a vendere questa macchinina scadente al mercatino di senigallia, di fianco al cilum del tossico, e dire: “ma sì dai, dammi dieci euro…”. durerebbe dieci volte meno di quella originale e allora chi ci ha guadagnato?

    queste macchinine sono comunque un esempio di autoproduzione, fatto anomalo nel tuo operato. come gestisci questi due diversi approcci?

    questi due oggetti sono agli opposti: questa è una macchinina fatta a mano e ne saranno prodotti pochissimi esemplari, quest’altra è una bottiglietta in vetro di camparisoda ed è stimato che se ne produrranno centosessanta milioni l’anno! cose assurde, in italia siamo sessanta milioni, sarebbero quasi tre bottiglie a testa!

    io come designer sono legato ad entrambi. sono sicuramente più soddisfatto di tobeus perchè è un progetto mio, ma non posso negarmi all’industria, perchè sono un designer, non uno scultore o un artista. per me le due realtà devono coesistere. l’autoproduzione può essere uno sfogo nei confronti dell’industria - incapace di capire progettisti a volte davvero bravissimi - ma che rischia di progettare per un committente ignoto. un’ipotesi alternativa può essere quella di dedicarsi alla produzione di piccole serie personalizzate - come nel caso degli occhiali, che hanno disegni diversi e su ognuno di essi viene inciso il nome del proprietario - ma con una logica industriale. macchinina, occhiali e bottiglietta sono tre diversi esempi di autoproduzione. perchè, cosa significa autoproduzione? il designer che si mette a segare il legno non fa autoproduzione. io ce l’ho la sega a nastro, l’ho comprata per fare i prototipi delle macchinine ma l’avrò usata due volte e i modellini li ho fatti fare all’artigiano. l’autoproduzione non è che uno sfogo, non a caso al salone del mobile son tutti lì che costruiscono oggetti manco fossero i tre porcellini!

    la nostra domanda sull’autoproduzione è di analisi, non schierata. ci sembrava corretto discutere con te di questa realtà del design contemporaneo.

    l’autoproduzione può essere educativa e portare le persone ad un consumo più consapevole, ma io faccio fatica a pensarmi autoproduttore perchè non credo di potermi produrre tutto. mi piacerebbe vivere in campagna con i bambini che pascolano tutto il giorno, però, sarò egoista, per lavorare devo vivere a milano che non è certo il luogo ideale in cui crescere una famiglia. il colorito verdastro mio e dei miei figli ne è la controprova.

    come progettista ti senti in grado di scegliere una strada e, soprattutto, di abbandonarne qualcuna meno consapevole? credi sia opportuno portare avanti questo tipo di produzione (es. campari) o sarebbe meglio spostarsi verso numeri più vicini all’uomo?

    guardate, io collaboro con campari da quattro anni. all’inizio mi era stato chiesto di creare un allestimento al salone del mobile del 2009: in zona tortona c’era un lounge bar in cui veniva distribuito camparisoda e banalmente il metro del successo dell’evento per loro era contare i vuoti. io potevo declinare gentilmente l’invito a progettare la lounge se non fossi stato in accordo con la loro logica, oppure salvare il valore di camparisoda, che è un pezzo di storia - il primo monodose mai esistito - che è in tutti musei del mondo, non solo del design, ma anche dell’arte (la bottiglietta è stata disegnata dal futurista fortunato depero nel ‘32). io, dal mio punto di vista, ho salvato i valori del marchio che è un simbolo del made in italy. sembra una banalità, ma questa bottiglietta è l’icona dell’aperitivo, con la sua forma a calice rovesciato. e io cos’ho fatto? un bicchiere che si chiama “clic”, da applicare al posto del tappo della bottiglietta. non era nel brief di progetto, ma ho capito che sarei dovuto andare oltre, per valorizzare questa opera. ovviamente a me non interessava quanto camparisoda la gente avrebbe bevuto; ero più interessato a far si che questo bicchiere enfatizzasse la perfezione della bottiglietta. perchè di solito cosa succede? vai al bar, chiedi un camparisoda - magari sì, magari no - e il barista te lo versa in un bicchiere qualsiasi; la bottiglietta, che è un pezzo d’arte, diventa subito uno scarto, senza che magari tu possa neanche vederla! in questo caso, invece, con “clic” (nome omaggio ad achille castiglioni) ho cercato di unire il passato con il futuro attraverso un’invenzione del presente dove, innanzitutto, io (qui ragni si impersonifica in clic, cioè il bicchiere è ragni, ndr) salgo sulle spalle di depero (qui invece la bottiglietta è depero, ndr), e poi le persone hanno la possibilità di toccare un pezzo d’arte, non al museo, ma sotto le loro mani. ma nessuno lo sa. campari non mi aveva chiesto un bicchiere, ce l’avevano già. questo per me è stato un manifesto progettuale che ha gettato le basi per una lunga e solida collaborazione che dura ancora oggi. ogni anno facciamo qualcosa insieme. abbiamo anche curato un libro edito da corraini che divulgasse il valore culturale di camparisoda, che non va confuso con un qualsiasi aperitivo. è un aperitivo veloce, futurista, quindi rappresenta la cultura artistica e del saper bere. a proposito, se volete ce ne beviamo uno, a meno che non siate tipi da martini per ragioni geografiche (ghigna)!

    sì, il tuo concetto di rispetto dell’azienda è encomiabile, ma noi crediamo che il progettista debba essere la coscienza dell’azienda e non assecondarla ciecamente.

    fare design come lo faccio io oggi credo che sia un atto eroico. tapparsi il naso e fare la marchetta è una via semplice ma nemmeno così tanto, perchè si deve avere qualcuno per cui farla (strizza l’occhio). questo mestiere puoi farlo solo se hai un ideale alto della professione, esattamente come il medico che lo fa con l’obiettivo di salvare le vite umane, non di arricchirsi. questa professione ultimamente è vista un po’ alla xfactor. ovvero fai il designer perchè fa figo, perchè ti vesti strano, perchè fai il reality show con starck. fino a pochi anni fa erano caratteristiche esclusive del mondo della moda, ma oggi fanno parte anche della sfera del design. molti ragazzi che escono pompatissimi dalle scuole di design, che ti vendono un sogno di una professione glamour e frivola, rimangono spesso delusi dalla realtà dei fatti, che è fatta di sudore e sacrifici. 

    io cerco di trovare il buono in tutto, magari anche quando non mi viene richiesto un progetto “alto”. ad esempio paolo ulian, maestro indiscusso del fare desing etico, è molto più talebano di me! provate ad andare da lui e chiedergli di fare un oggetto in plastica: piuttosto la morte! ha un rispetto del progetto degno di un monaco zen. io invece se penso al moscardino in plastica - la posata che ho progettato con giulio iachetti – e lo immagino nella ciotola del caffè a casa della gente, sono contento perchè la vita di un prodotto usa e getta si è allungata oltre il suo limite. anche questo per me è sostenibilità.

    la sensazione è che alle volte si forzi il meccanismo e che, forzandolo, si finisca per perdere lo spirito poetico che sta dietro la progettazione.

    ragazzi, pensare di non scendere mai a compromessi vuol dire non vivere su questo mondo. io voglio che la mia vita sia contaminata, il mio scopo è creare un dubbio. alle volte il designer è solo colui che ti dice “aspetta, fermati a pensare a questo concetto un attimo. poi continua pure a comprare un nuovo cellulare, etc…”. il mio è un monito. questi occhiali ad esempio costano un sacco di soldi, ma il concetto è che un oggetto di questo tipo è come una pipa, ti ci affezioni, lo senti tuo, a differenza dell’occhiale da dieci euro dell’esselunga che butti senza pensarci generando immondizia. per esempio un pensiero che mi sovviene ogni volta che lavo il vasetto dello yogurt prima di buttarlo è dove vada a finire, se venga realmente recuperato come polimero. lavare il vasetto è un gesto che faccio per sentirmi in pace con me stesso, come piccolo passo per salvare il mondo. l’oceano è composto da miliardi di gocce. ci vuole una sorta di coscienza collettiva.

    noi stiamo cercando di tessere una rete in grado di supportare proprio una cosa di questo tipo, anche instaurando relazioni dal punto di vista personale.

    sì, da cosa nasce cosa. una volta ho portato un progetto alla triennale che doveva essere assolutamente supervisionato da de lucchi in quanto prevedeva un intervento in un suo progetto. sono andato da lui e gli ho portato in dono una macchinina, ben conscio di quanto lui sia legato alla cultura del legno. è stato entusiasta e mi ha immediatamente chiesto “posso farne anche una io?”. poi sono andato da mendini e gli ho detto “maestro, mi regali questa linea” e lui “no, non faccio giocattoli” mi sono in sentito in dovere di dirgli “guardi che lei li fa i giochi, perchè anna g (apribottiglia a ballerina che ha progettato per alessi, ndr) i miei bambini lo usano come gioco!”. l’ho convinto! il miglior auspicio per queste macchinine è che i nostri figli la regalino ai nostri nipoti. è l’alternativa al rolex, per il quale oggi non ci sono soldi (ride)!
 al museo della scienza e della tecnologia saranno esposti cento nuovi modelli di tobeus disegnati dai altrettanti designer internazionali. ogni visitatore avrà la possibilità di disegnare la propria linea e caricarla sul sito. è un progetto virale, è un modo nuovo di comunicare, di coinvolgere tutti in un progetto collettivo per essere protagonisti e progettisti del proprio mondo. ne ha fatta anche una mio figlio elio di otto anni!

    (milano, 21 novembre 2012)

     

  5. torino, ancora cortile del maglio, ma dal lato opposto allo studio nucleo. non dev’essere un caso. i fratelli adriano ci ricevono. la fisicità palesa la parentela. occhiale “adriano design x vanni” d’ordinanza. erre moscia, parlata veloce. lo studio è un mausoleo di oggetti seriali: colorati, lucidi, high tech come appena partoriti da mamma industria. ci accomodiamo tra ruote di plastica, sedute/tavolo wifi, calciobalilla in cristallo, faccine gialle per smile reminiscenza di msn. ci sentiamo accerchiati. lasciamo che inizino loro:

    siamo gabriele e davide adriano. adriano design è il nome dello studio. siamo architetti di formazione, ma facciamo prevalentemente i progettisti di prodotti industriali.

    qual’è il vostro ultimo progetto e qual’è il suo prezzo al pubblico?

    g: l’ultimo prodotto realizzato è una collezione di stufe per la castellamonte. costano tra i 6000 e gli 8000 euro. è un prezzo che appare alto, ma è in realtà è in linea con la categoria di prodotti cui appartengono.

    è un progetto che ritenete innovativo?

    d: siamo riusciti a “recuperare” l’antica tradizione della ceramica e delle stufe della città di castellamonte (i primi artigiani a operare in quel settore risalgono al 1800) legandola a una collezione di nuovi prodotti ad alto contenuto tecnologico e formalmente al passo con i tempi. quello delle stufe di castellamonte è un distretto costituito prevalentemente da piccole aziende che non sono riuscite a mantenersi al passo con i tempi rimanendo indietro su tutto -prodotto, produzione, comunicazione – e non valorizzando il loro grande saper fare.

    g: questo è stato fatto da noi per la castellamonte presentando i nuovi prodotti nei saloni giusti. a francoforte abbiamo subito vinto (a marzo 2011) il premio ish design plus e subito dopo siamo stati selezionati da adi design index per il compasso d’oro e, a due anni dal rilancio aziendale abbiamo nuovamente vinto il premio tedesco ish 2013una realtà che all’estero era quasi sconosciuta, portata su palcoscenici internazionali, con i prodotti "giusti”, è diventata velocemente una case history di cui tutte le più importanti testate di design hanno voluto parlare.

    d: la prima stufa è stata venduta a nagano, in giappone, quando fino ad allora le vendite erano quasi esclusivamente ristrette al territorio italiano con piccole percentuali in europa.

    riconversione industriale, insomma.

    d: assolutamente sì. è un aspetto cui dedichiamo molte energie, perchè crediamo non serva andare a cercare clienti lontani, quando sul territorio ci sono delle eccellenze da rivalorizzare.

    quindi cambia il ruolo del designer?

    d: per il nostro modo di vedere le cose, sì, assolutamente. il designer è un consulente globale, non è più colui che disegna solo le forme di un oggetto.

    com’è percepito il design da un pubblico più allargato?

    d: vi accorgerete che, fuori dalla stretta cerchia degli operatori del settore, il designer è percepito ancora come colui che disegna oggetti di forme più o meno belle, mentre come sapete è tutt’altra cosa. effettivamente ci sono ancora troppi professionisti che affrontano il mestiere riempiendo fogli e fogli di disegni da presentare al committente il quale: “questo sì, questo no, questo sì, questo no”, sceglie arbitrariamente il più “bello”, cavandosela con pochi euro a disegno.

    g: un approccio di questo genere è contro tutto ciò che voi avete studiato, è contro la professionalità. il design è nato da architetti che incontravano imprenditori ed insieme progettavano. l’architetto metteva le proprie competenze, l’imprenditore i soldi, le competenze industriali e il proprio rischio, cosa che non esiste più. o meglio avviene in casi sempre più rari. è chiaro che quello che oggi viene insegnato nelle università sia una professione dietro la quale c’è tutta la cultura della progettazione.

    d: anche se oggi l’università fa sempre meno cultura. la didattica ha subito un declino che è tutt’ora in picchiata.

    la didattica che avete avuto voi era di accezione più classica?

    d: sì, era un tipo di formazione molto più culturale di quella odierna, non formava degli impiantisti! un approccio più culturale permette, al termine degli studi, di interpretare la società e le esigenze del tempo. nei 5 anni che si passano in università può cambiare completamente il mondo esterno. mutano le esigenze e i mercati. uno può studiare 5 anni architettura, arrivare al quinto anno e scoprire che non esiste più l’albo perchè un politico l’ha tolto, o che è stata fatta una scoperta pazzesca per cui quel modo di fruire l’abitazione è superata.

    g: immaginate ad esempio se la facoltà di architettura si fosse limitata ad insegnare l’uso del rapidograff, uno strumento che oggi non esiste più. insegnare la cultura vuol dire andare oltre al mezzo. concentrarsi troppo sulle tecnologie è rischioso, è la cultura che porta a definire il proprio percorso professionale.

    l’università quindi secondo voi fa meno cultura?

    g: molta meno. ci si concentra su problematiche specifiche, le così dette “specializzazioni” dimenticando l’importanza di una visione generale della cultura.

    d: la scuola è una fabbrica che produce un prodotto, come la fiat che produce le auto. e se, da un giorno all’altro, il mercato non volesse più auto cosa fa? chiude l’azienda o riempe i piazzali di auto? l’università non può permettersi di formare studenti per una professione che non è più richiesta. deve preparare delle persone che siano in grado di reinventarsi. bisogna avere un’elasticità mentale, un’ampiezza di vedute sull’utilizzo degli strumenti insegnati. questo permette di essere estremamente dinamici e contemporanei.

    una scuola di progettazione non dovrebbe anche avere una componente di manualità e praticità maggiore?

    d: certo, se un progettista non ha mai smontato qualcosa, come fa a sapere com’è fatto? non dico che le scuole debbano formare falegnami, ma progettisti che sappiano capire come si taglia un pezzo di legno, sì.

    g: le scuole del nord, ad esempio, ci stanno superando perchè loro fanno molta più arte applicataforse troppa. qua però c’è un distacco totale tra la realtà e quello che è il materiale.

    le scuole del nord, che oggi sono più in voga, spesso si ha la sensazione che ragionino secondo la logica del ridisegno di oggetti esistenti. voi come vi ponete a riguardo?

    d: questo è un approccio che poteva esistere fino a poco tempo fa. ora la gente non compra nemmeno più ciò di cui ha bisogno. quando cominci a non avere più soldi per mettere la benzina nell’auto, fai molta più attenzione a quello che acquisti.

    credete ci sia una reale necessità di produrre ancora oggetti nuovi?

    d: gli oggetti sono utensili e l’uomo ne ha bisogno da sempre: la ruota, accendere il fuoco e trasportare l’energia sono fondamentali. bisognerebbe però tornare un po’ indietro e domandarsi quale sia lo scopo della nostra vita. dovremmo togliere il superfluo e capire che abbiamo bisogno di meno cose, che però devono essere fatte in un certo modo e devono durare nel tempo. dobbiamo cambiare anche i modelli economici: fino a ieri abbiamo vissuto un modello economico che per essere sostenibile doveva essere perennemente in crescita. ma l’unico modo per essere sempre in crescita è produrre il superfluo una volta saturato ciò che è utile. questo modello non è più sostenibile, è chiaro. il pil non potrà essere sempre in crescita perchè prima o poi riempiremo il contenitore che è il pianeta terra. non possiamo essere schiavi di ciò che possediamo, dobbiamo possedere di meno ed avere un modello di vita completamente diverso.

    g: il designer dovrebbe lavorare nel ricercare nuovi modelli economici, capire quali sono le nuove esigenze, guardare oltre l’oggetto.

    in merito a ciò, che rapporto ha con le fabbriche il designer e che ruolo ha oggi la fabbrica?

    d: la fabbrica è un modello di convenienza nel senso che se tu vuoi dare la ruota a tutti, non puoi pensare che tutti si costruiscano la ruota. quindi se vuoi dare la ruota a tutti il metodo migliore è industrializzare la produzione. questo non vuol dire però che il modello fabbrica non debba evolvere. la fabbrica è un posto in cui si fa economia nel produrre un oggetto. ma economia vuol dire anche ecologia, ovvero costare di meno in tutti i sensi. se costa meno, vuol dire che quel costo è sintomo di consumi ottimizzati. oggi le nostre fabbriche consumano molto più di prima. non sono modelli economici, ma modelli di business: la fiat per fare un’auto ha bisogno di fare molti “pezzi”, fatti produrre in altrettanti paesi diversi, che faranno più chilometri di quelli che farà l’auto stessa in tutta la sua vita. significa che qualcosa non funziona, no?

    noi crediamo che potrebbe essere proprio il designer a gestire questi aspetti.

    d: il designer è una figura privilegiata perchè parla sempre con i massimi sistemi dell’industria, con il marketing, con l’ufficio tecnico, con tutti gli aspetti della fabbrica. è un direttore di orchestra, una figura unica. la produzione del mero oggetto non è che una parte del suo lavoro.

    un ruolo molto più impegnato e consapevole, non solo stilista, finalmente.

    d: quella non è che una piccolissima parte. l’aspetto dell’oggetto deve anche derivare da una scelta economica e da una serie mostruosa di variabili. il designer è un cuoco.

    g: noi per principio - e dovere - non mettiamo mai “mano alla matita”, prima di aver fatto 1-2 mesi di ricerca dentro e fuori l’azienda. perchè, dopo questa prima analisi, potremmo anche valutare che non sia necessario progettare un nuovo prodotto, ma semplicemente comunicare meglio quelli già in produzione.

    il designer è quindi la coscienza dell’azienda? deve renderla consapevole?

    g: oggi il designer deve avere un ruolo strategico in azienda, deve essere sempre di più l’uomo della ricerca, il “libero”, quello che, non distratto dai problemi del quotidiano aziendale, aiuta l’azienda a vedere lontano su tanti temi come lo sviluppo dei nuovi prodotti, la scelta dei processi produttivi, la ricerca dei materiali, delle tecnologie, deve essere anche in grado di  ”fiutare” i nuovi mercati interpretando i prodotti affinchè siano sempre più pensati per un pubblico “allargato”.

    avete ancora fiducia nelle aziende?

    d: in questo momento è difficile, perchè le aziende sono smarrite, impaurite, terrorizzate. gli si è inceppato il “giochino”.

    sono impaurite a ragione o a torto?

    d: spesso a torto, perchè sono autrici colpevoli della situazione in cui ci troviamo oggi.

    nei vostri rapporti con le aziende quante volte siete stati “direttori d’orchestra” anzichè stilisti?

    g: mai stati stilisti, rifiutiamo quel ruolo. crediamo nelle idee, nella ricerca , nei concetti che stanno alla base del buon progetto. oggi il ruolo di “designer stilista” è inaccettabile per qualunque settore industriale anche per quello dell’auto che se vuole trovare un futuro sostenibile lo deve cercare nel progetto e non nello stile!

    noi crediamo che l’uomo abbia un’innata indole manuale, seppur oggi sia sopita e latente. siete d’accordo con l’assunto “chi sa fare sa capire”?

    d: può esser vero. di sicuro se tu non sai produrre una cosa non sai comprenderla fino in fondo e quindi non sai definirne il prezzo, il valore.

    g: non credo che tutti abbiano un’innata capacità manuale, sono però sicuro che tutti abbiano la capacità di capire, quando spiegato, quale sia la difficoltà nel realizzare un’opera o un oggetto e di valutarne di conseguenza il valore. Il ruolo del designer oggi è anche questo: spiegare al consumatore quali e quanti processi sono necessari per la realizzazione di un prodotto affinchè tutti siano più consapevoli di quello che acquistano usano e/o consumano.

    Il nostro progetto parte dal concetto di pensiero manuale, che sintetizza l’unione tra intelletto, cultura ed un saper fare pratico andato perso. noi abbiamo individuato tra i motivi di questa odierna crisi di valori, il fatto di aver abbandonato la nostra componente corporea.

    d: fino a pochi anni fa l’italia era un paese accusato di avere realtà imprenditoriali troppo piccole, troppi artigiani, troppe microaziende. bisognava perseguire la globalizzazione, le macroaziende. oggi, invece, si sta tornando a dire che la forza è la microimpresa, che bisogna guardare all’artigianalità, che l’italia è un paese di artigiani.

    g: una cosa sicuramente vera è che dobbiamo tornare ad una economia reale. oggi l’economia è virtuale”. le cose hanno un valore fittizio creato da un mercato fittizio, fatto di persone che comprano e vendono numeri dietro ai quali non sanno cosa ci sia. in questo modo “pochi” rubano a molti”. non è sostenibile. 

    d:ecco che allora tutti dicono “mi gira il cazzo” e si tireranno fuori i forconi. è questione di tempo, prima o poi si farà. da che mondo è mondo tutte le rivoluzioni sono state fatte con i forconi. non è mai esistita una rivoluzione pacifica nella storia dell’uomo e non credo che neanche questa lo sarà. credo che la storia qualcosa lo insegni ed il terremoto è tanto più violento quanto più tempo impiega a manifestarsi. noi stiamo tardando troppo la rivolta e questa sarà estremamente forte. la possibilità l’abbiamo avuta ma, quando gli studenti sono scesi in piazza, sono stati accusati da tutti di esser dei violenti, di aver preso la strada sbagliata e così abbiamo perso una generazione di persone pronte a cambiare le cose. questo ha solo spostato la lancetta più avanti.

    noi ci stiamo appunto interrogando su un nuovo modello di vita…

    d: voi dovreste essere quelli con i forconi in mano, quelli più incazzati di tutti. noi tutto sommato siamo già troppo vecchi per essere incazzati, nel senso che siamo già fottuti (ridono).

    …ci salveremo?

    no! non c’è speranza! (g. si scioglie in un gustoso ridolino)

    ma almeno siete pronti a condannare il sistema design?

    g: sì. soprattutto dopo aver conosciuto le logiche del design più blasonato dove c’è tanta fuffa e spesso poca sostanza. il circuito del design ha un epicentro milanese, passaggio obbligato per giungere alle riviste patinate del settore. ma bisogna fare attenzione perchè i canali della comunicazione possono essere pericolosi e mietere molte vittime. di sola fama non si vive.

    le riviste specializzate spesso assecondano questa fuffa…

    d: sì, specialmente in italia. il designer e l’architetto sono lavori che necessitano di etica perchè si lasciano impronte importanti sul territorio. nel caso dell’architettura, si fanno progetti che durano, nella peggiore delle ipotesi, trent’anni. una vita. fare il designer vuol dire fare prodotti per l’industria che se non durano finiscono nell’immondizia consumando risorse. è molto importante essere onesti. bisogna imparare, come progettisti, a fare poco per fare meglio. (anche se questo può essere antieconomico per la vita di uno studio)

    g: una volta un architetto nella sua vita realizzava a dir tanto una decina di opere. oggi ci sono pochi grandi studi al mondo che si dividono i progetti più importanti e spesso finiscono per fare delle opere “povere” e prive di veri valori architettonici.

    d: renzo piano nella sua vita ha portato a termine più progetti che tutti gli architetti della generazione precedente. io mi immagino piano che va in giro e chiede: “ma quella roba chi l’ha fatta?” e gli rispondono “eh, l’abbiamo fatta noi”. bisogna ritornare a dimensioni di studi più piccole che garantiscono la qualità e offrono spazio a tutti, soprattutto ai giovani.

    beh, temevamo di trovare più difficoltà nell’affrontare questo tipo di discorso con voi. ci sembra che il vostro operato progettuale abbia comunque una certa etica e vi riteniamo sulla via della liberazione. avete qualche consiglio da darci?

    g: posso dirvi perchè vi abbiamo invitati. era una vita che qualcuno non riusciva a scrivere due righe di presentazione in italiano che fossero un po’ convincenti. di questo credo ne siano colpevoli anche le università e l’istruzione in generale.

    d: uno che manda un curriculum da 40 mb e lo manda ad altri 40 studi in mail aperta, è un genio! ed è una pratica più comune di quanto crediate.

    spesso è un problema di contenuti, più che di forma.

    (torino, 4 ottobre 2012)

     

  6. massa-carrara. non sapevamo che paolo ulian lavorasse lì, come non sapevamo che massa-carrara non è la città ma la provincia (è bello condividere ignoranze geografiche). il giorno prima dell’appuntamento c’è stata un’alluvione in quelle zone ma paolo non ci avverte. l’incontro avviene alla stazione di massa: “va bene se andiamo in un bar? a casa mia - non ho uno studio, lavoro a casa - è un macello, c’è fango ovunque”. sembrava più alto in foto. piccolino, smilzo, mani grosse, accento toscano neppure troppo marcato, lo seguiamo alla ricerca di un “bargraziosocivenivospesso”.
    massa sguazza nel fango esattamente come, apprenderemo presto, il design nella mente di paolo.
    dubbioso e un po’ scettico ci tira subito nella melma del design con lui:

    che fate voi?

    noi ci siamo laureati in design al politecnico di torino, dove l’analisi precede la progettazione vera e propria. siamo figli illegittimi di questo approccio e forse è questo il motivo per cui abbiamo dato vita a questo progetto che cerca di formare delle menti. le nostre in primis.

    effettivamente di progetti del politecnico di torino non ne ricordo molti. è un mondo sconosciuto per me.

    il politecnico di torino ha una concezione del ruolo del designer diversa da quella che si ha oggi. diversa da quella tipo “ied”, per capirci.

    quella è una concezione di ieri, degli anni ‘90 (sorride).

    infatti, la nostra è un’operazione culturale atta a definire il ruolo dei progettisti professionisti, oggi. e domani.

    partiamo male: io non mi reputo un progettista professionista.

    ma la maggior parte delle persone che conoscono il tuo nome sì. noi in realtà siamo interessati a capire come la pensi.

    voi fate un indagine su ciò che fanno i designer professionisti, per poi capire cosa potrete fare voi?

    noi partiamo da un nostro disagio nei confronti del mondo della progettazione che non si rivolge più all’uomo ma al denaro.
    nello specifico stiamo cercando di capire come riavvicinare il lavoro manuale a quello intellettuale, che sono le due facoltà distintive dell’uomo. crediamo che se queste due facoltà lavorassero in sinergia giungeremmo ad un miglioramento sociale perchè renderebbero l’uomo più cosciente. non saremmo più separati in pensatori e artigiani, per esempio.

    la storia di questi ultimi cinquant’anni ha portato a una netta separazione tra il “pensare” e il “fare”. Si sono formate due attività distinte, da una parte i designers intellettuali e sofisticati che sviluppano concetti ma che poi non sanno piantare un chiodo e dall’altra gli artigiani che sanno usare benissimo gli strumenti e i macchinari anche più evoluti ma che lavorano solo su commissione, si sono trasformati in puri esecutori di progetti fatti da altri. Questa separazione delle esperienze e dei saperi rende l’uomo più povero e dipendente. avvicinare questi due momenti porterebbe non solo a migliorare la qualità di vita di queste due figure professionali , ma anche la qualità stessa del loro lavoro. 
    comunque non siete gli unici a pensarla così, eh. ve lo dico! non è una cosa originalissima!

    certo, non l’abbiamo inventato noi, è la natura dell’uomo che ce l’ha suggerito. comunque noi crediamo che i designer possano essere quella figura che congiunge le due parti.

    sì, potrebbe essere. però fino ad ora non è successo. guarda de lucchi. per vent’anni ha lavorato per grandi realtà quali olivetti, poste italiane e altre. il lavoro che faceva nel suo studio però era solo concettuale, il suo coinvolgimento pratico nella realizzazione dei progetti era minimo; non era a contatto con tutti i passaggi che intercorrono tra l’uscita del progetto dal suo studio e la realizzazione. questo di fatto deve aver prodotto in lui una sorta di stress da mancanza di manualità e così una decina di anni fa ha creato un suo marchio che ha chiamato “produzione privata”. e da qualche anno si dedica sempre più frequentemente all’attività artistico/artigiana costruendo a mano le sue opere. ha semplicemente seguito il suo istinto e ha realizzato ciò che gli mancava. 
    l’uomo deve fare. io quando penso troppo a lungo ho bisogno di andare a fare quattro passi o lavorare manualmente. poi quando riprendo a pensare sono più lucido. la manualità è innata nell’uomo. la separazione delle due componenti è artificiosa, forzata. è quasi una violenza. non a caso da qualche anno è saltato fuori l’argomento dell’autoproduzione, vedi “l’uomo artigiano” di richard sennet o più recentemente “futuro artigiano”di stefano micelli. invece negli anni ‘90 essere autoproduttore era sinonimo di designer perdente. autoprodursi era un ripiego per chi non riusciva a far realizzare i propri progetti dalle aziende, in più, in genere, i risultati delle autoproduzioni erano quasi sempre di scarso livello qualitativo, forse proprio perchè non filtrati dall’esperienza dell’azienda.

    come vedi oggi la realtà industriale? può avere ancora un ruolo positivo per l’uomo?

    io ho una visione piuttosto negativa della realtà industriale, specialmente in questo periodo. per quanto riguarda la mia esperienza – perchè se andrete a parlare con qualche designer iperprolifico , vi darà altri pareri - il rapporto con le aziende spesso è freddo, distante, io ho avuto solo in poche occasioni uno scambio vivo e amichevole, mentre in tutte le altre il rapporto consiste in contatto iniziale, brief, lavoro sul brief dell’azienda. tutto molto freddo. poi magari il progetto viene stravolto per adattarlo al mercato oppure scartato per l’incapacità di molti imprenditori di avere delle visioni in prospettiva e di giudicare buono un progetto anche se non si allinea alle tendenze del momento. spesso le aziende sono concentrate solo sulla vendita, sul mercato e non percepiscono il valore etico o utopico di un buon lavoro. non riescono a guardare oltre. sono ubriacate da un meccanismo economico che le obbliga a fare sempre qualcosa di “nuovo” da vendere a più persone possibile. 
    poi spesso le aziende tentano di fregarti. le royalties per il designer sono al 3% su pezzo venduto ma non c’è trasparenza sulle quantità di venduti. spesso e volentieri è una presa in giro. il designer deve fare l’elemosina di quell’illusorio 3% dopo aver lavorato sodo prendendosi a cuore il progetto. lo stesso iacchetti, che ha un bel rapporto con le aziende, quest’anno ad operae ha dato una svolta al suo lavoro e ha presentato la sua prima autoproduzione: ha fatto produrre dei prototipi dei suoi progetti da artigiani professionisti, li ha fotografati e li ha inseriti nel catalogo della sua nuova avventura che ha chiamato “interno italiano”, un nuovo modo di vendere direttamente gli oggetti senza interlocutori, solo su internet. ad ogni ordine che arriva si avvia la produzione da parte dell’artigiano. è un rapporto diverso da quello con l’azienda alla quale tu vendi il progetto per il 3%, perchè in questo caso il designer assume un ruolo centrale e non di dipendente dell’azienda, è lui che controlla direttamente le vendite. iacchetti ha fatto questo tentativo probabilmente perchè stanco del rapporto con le aziende. io ho lavorato vent’anni guadagnando molto poco rispetto all’impegno dedicato. a volte mi arrivano royalties di 50 euro ogni tre mesi, non vi viene da ridere?

    beh, in ogni caso siamo saturi di oggetti e prima o poi la gente smetterà di comprarli. già sta accadendo.

    la saturazione è anzitutto mentale. abbiamo avuto così tanto negli ultimi anni, che ora stiamo cercando un’altra strada. inoltre il “troppo acquistare”, implica il “troppo produrre”, “troppo lavorare”, “troppa alienazione”. implica il vivere male. c’è bisogno di ricominciare a vivere con meno cose e meglio, e per farlo basta semplificare questa complicatissima catena che si è messa in moto per un dannato meccanismo economico autoreferenziale, che serve a dieci persone che hanno in mano il tutto e gestiscono eserciti di schiavi che lavorano per loro.

    il nostro progetto si chiama fronte di liberazione dei designer, sai?

    cioè voi vorreste liberare i designer da questa situazione (ride) ?

    assolutamente sì.

    con azioni di violenza? bombe a mano (ride di nuovo) ? minacce alle aziende? lettere anonime?

    non necessariamente. noi crediamo che ognuno abbia le proprie competenze, designer, aziende, acquirenti. se idesigner si rifiutassero di esser schiavi del sistema, cercando vie più utili alla società, porrebbero le aziende in una situazione di disagio.
    beh, abbiamo una fiducia smisurata nel progettista, ce ne rendiamo conto, ma vorremmo uscire da questa situazione. e crediamo bisognerebbe ridefinire il ruolo del designer.

    io, come voi, ho una visione totalmente fuori dalle logiche del design, me ne rendo conto. sono in un momento in cui vado avanti su una strada che sento mia, il design mi interessa fino a un certo punto. mi piacerebbe poter diventare un piccolo imprenditore/artigiano, che lavora localmente, non mi interessa più il globale. la globalizzazione complica i rapporti. questo meccanismo è da rivoluzionare, da semplificare. bisognerebbe evitare tutti quei rapporti tra persone che vogliono sfruttarne altre e promuovere le esperienze di condivisione alla pari. mi piacerebbe fare come un mio amico, laureato ed insegnante dello iuav, che, dopo vent’anni passati ad insegnare la teoria e la pratica del design, sapendo di insegnar loro un mestiere che il più delle volte si occupa solo della superficie delle cose e non della loro vera essenza, ha aperto un’attività artigianale. fa il falegname, il ceramista e ha aperto un piccolo negozio dietro al quale ha il laboratorio. queste sono le cose che mi piacciono: la totale semplificazione dei rapporti. ho il negozio, il laboratorio, realizzo e vendo direttamente quel che produco, ho la casa al piano superiore e non devo continuamente viaggiare per fare il mio mestiere. ho tutto quello che mi serve. invece oggi tutto è macchinoso.

    io ad esempio dopo anni di spostamenti continui non ho più tanta voglia di viaggiare per lavoro. e quando perdo la giornata a viaggiare mi chiedo: “per che cosa? per una lezione di un’ora a napoli o a milano? o per far vedere un mio progetto a… treviso?”. si butta via un sacco di tempo e di energie inutilmente, specialmente quando si incontrano le aziende: di dieci progetti ne va bene uno, forse.

    ci sembra di capire che tu abbia maturato un disagio forte rispetto a questo sistema, a questa distanza dalla realtà. vedi davvero nell’autoproduzione una via d’uscita plausibile?

    sì, a me piacerebbe mettermi a fare le sedie come una volta, a mano davanti a casa. mi piacerebbe avere un’ape piaggio, magari a propulsione elettrica e andare in giro a venderle. sento che le buone energie si possono incontrare in questo tipo di esperienze. l’obiettivo quando si è giovani è lavorare per aziende importanti, viaggiare. ma questi miti li avevo quindici anni fa, ora per me si sono trasformati in qualcosa di diverso.

    perchè, allora, le università formano ancora dei designer?

    in questo senso la risposta è semplice: la formazione va al di là del “design” dando precedenza alla cultura, all’ordine mentale. il design è saper mettere ordine tra le idee. questa capacità puoi applicarla ad un prodotto o alla gestione di un’attività artigianale o commerciale, o a qualsiasi altra cosa, è indifferente. il design è una condizione mentale che ti permette di vedere le cose sotto un’altra luce. con tutti i designer neodiplomati che ci sono , mica tutti potranno fare i designer e progettare oggetti. qualcuno farà il benzinaio, qualcun altro aprirà una trattoria, qualcun altro produrrà dei buoni vini.

    quando parli di design cosa intendi?

    parlo del design che vive di immaterialità. ora è diventato solo comunicazione virtuale. voi perchè siete venuti qui? probabilmente perché mi avete visto su qualche rivista di settore vero?

    abbiamo letto “il design che prima non c’era” di renato de fusco. ti ha trattato bene e ci ha incuriosito.

    ecco, il problema è questo, io esisto su quel tipo di comunicazione, sulle riviste, sui libri, ma nella realtà dove trovate un mio oggetto? nei negozi? in qualche raro caso sì, ma soprattutto li trovate in qualche fiera specializzata di design. ma finisce lì. i miei oggetti non entrano nel mondo reale, rimangono in un uno strano limbo. è la piccola logica del design che coinvolge una minima quantità di persone.

    credi ancora che un prodotto, per quanto progettato bene, possa avere una qualche ricaduta positiva sulla gente?

    fino a pochi anni fa c’era il mito, ce l’avevo anche io, di progettare per la grande distribuzione. quando abbiamo fatto “design alla coop” eravamo carichissimi. finalmente la logica e le accortezze del progettista sarebbero state espresse in un prodotto di design che sarebbe arrivato nella casa di tutti. ma anche quella operazione si è avvitata su se stessa ed è scemata nel giro di pochi anni. 
    il presupposto di un progettista è sempre quello di agire per uno scenario più ampio, ma alla fine tutto si risolve sempre in una stretta cerchia. vi porto di nuovo l’esempio del “design alla coop”, del quale è stata fatta una mostra in un supermercato coop durante il salone del mobile. in quei giorni gli oggetti in mostra venivano acquistati dalle persone del giro del design che già conoscevano il progetto, mentre la massaia tipo, osservandoli, sembrava che li percepisse come qualcosa di estraneo, fuori dal suo mondo. quindi si parte sempre con un ideale ma in pochissimi casi questo si traduce in risultati di larga diffusione. negli anni ‘80 c’era starck. driade vendeva migliaia di sedie. però adesso è finita quella cosa lì.

    per fortuna è finita. era un periodo “fiorente” in cui abbiamo spento il cervello e ora paghiamo ancora l’indolenza di allora. sembra che tu abbia nostalgia di non aver fatto parte di quella realtà.

    in realtà non ne sento alcuna la nostalgia. progetto ancora per le aziende perchè vengo chiamato, ma i miei interessi hanno preso altre strade, ho bisogno di inseguire altri sogni, altre visioni.

    tu quindi, sulla base dell’esperienza che hai maturato, vorresti portare il tuo modo di progettare su una realtà più locale e concreta?

    sì, è quello che consiglio anche a voi: vi hanno insegnato ad essere dei bravi progettisti? beh, potete progettare non solo architetture, oggetti, allestimenti, ma delle attività. delle nuove attività. inventatevi delle nuove professioni, delle formule che ancora non sono state impostate. lì sta la vostra capacità progettuale. può essere una qualsiasi attività, quello che importa è come ci si pone nei confronti della qualità del progetto, di qualsiasi progetto.

    conta la consapevolezza con cui progetti. e come agisci.

    esatto. sono sicuro che se voi, invece che intraprendere il percorso universitario, vi foste aperti un  negozio di parrucchiere, l’avreste fatto in modo completamente diverso da come lo fareste ora che siete laureati. il che significa che il percorso che avete compiuto, non è stata una perdita di tempo ma vi è servito per acquisire strumenti per poter lavorare con più qualità in qualsiasi ambito.

    concordiamo appieno. ma temiamo che i designernon riescano a cambiare prospettiva e che non capiscano che il design di prodotto è ormai un mondo astratto.

    voi vorreste dire agli studenti di design che non potranno diventare designers? che stanno studiando per una professione che non offre più prospettive?

    noi crediamo che, così, la professione non possa avere un futuro. vorremmo far saltare questo meccanismo.

    sì, questa professione si sta mordendo la coda e sarei felice se ci riusciste. è da quando ho 25 anni che faccio questo mestiere e ogni volta penso: “magari questo progetto mi porta ad avere nuove opportunità, mi farà avere nuovi contratti”. poi mi porta sì qualcos’altro, altre richieste, altri lavori, ma sempre alle stesse condizioni umilianti, non cambia mai nulla e io rimango sempre con un pugno di mosche in mano. è come il girone dantesco, giri in tondo senza trovare mai l’uscita. se voi riusciste ad evitare questo meccanismo trabocchetto sarebbe una buona cosa, visto che siete giovani e vitali.
    io vent’anni fa, anziché fare questo mestiere, avrei dovuto mettere su 
    un’aziendina artigianale, perchè con la manualità sono molto bravo. voi direte: “viva l’umiltà”, ma è così. non dirò mai di esser un bravo designer, ma a lavorare con le mani ho delle spiccate capacità. se io avessi intrapreso un’altra strada oggi probabilmente avrei avuto maggiori soddisfazioni , anche di tipo economico. ora vorrei solo avere più coraggio per riuscire a staccarmi da queste vecchie convenzioni. la convenzione del designer che progetta assecondando le richieste del mercato non mi appartiene. se io me ne fossi allontanato impostando la mia vita secondo le mie esigenze ed il mio intuito, ora forse sarei più felice.

    non compromettersi mai?

    sì. quando io sono uscito dall’università (isia a firenze) avevo una sensazione poco chiara di cosa fosse il design, mi ci sono voluti questi vent’anni. mi sono diplomato, sono uscito, ho lavorato da mari, poi ho iniziato come libero professionista e nel tempo ho capito che fare il designer senza sottostare a troppi compromessi e seguendo una propria etica significa perdere molte opportunità di lavoro e di facili guadagni e cosi’ è stato per me. ma di questo in fondo ne sono felice, povero, ma felice. (sorride)

    bisognerebbe riportare tutto ad una dimensione utile all’uomo, alla società.

    è importante la concretezza. nel design manca la concretezza. gli oggetti che vengono promossi alle fiere con grande risalto il più delle volte non arrivano mai nei negozi. esistono solo a livello virtuale. la stessa cosa è successa con la maggior parte dei miei progetti e tuttavia, se penso al mio lavoro credo che la sensazione più bella che mi rimane é quella di aver, in qualche modo, influenzato i pensieri di qualcun altro con i miei oggetti, reali o virtuali che siano. è comunque una cosa bella (ride).

    influenzare - positivamente – i pensieri delle persone è fondamentale. è positivo, anche se non retribuito?

    sì, perchè significa che il tuo lavoro a qualcosa é servito, che seppur i tuoi oggetti non sono stati comprati, hanno avuto un valore per qualcuno. questo però non è sufficiente per me, perchè in parallelo alla mia presenza sulle varie pubblicazioni, vorrei esistesse una vita reale dei miei oggetti affinchè il messaggio sia completo e possa arrivare realmente a tutti. voi dovreste fare questo, unire alla componente concettuale, la concretezza. e per farlo, dovreste liberarvi dal mondo del design pensarlo in modo autonomo in un altro ambito, con altre impostazioni. poi mica vuol dire non fare il designer, ma semplicemente applicare le proprie capacità progettuali in un contesto diverso. 
    mettete su un laboratorio ragazzi, un’officina dove si sperimenta e si vende il frutto del vostro lavoro, ve lo consiglio: innanzitutto non dover passare dalle aziende è una gratificazione personale enorme; non dover vivere quelle mille situazioni fastidiose e a volte umilianti. la dimensione sperimentale e la produzione materiale sono le componenti più gratificanti perchè sono la concretizzazione di un percorso mentale , è un cerchio che si chiude. è in linea con il vostro “pensiero manuale”, no? due componenti che devono confluire in una. 
    io vorrei avere una piccola realtà artigianale in cui affrontare anche i lavori su commissione senza troppi compromessi, con la mia capacità di progettista, consigliando il cliente. non esiste un limite netto tra la progettazione propria e quella per gli altri . per me é importante l’empatia che si crea tra le persone che può trasformare un normale progetto in un progetto sorprendente.

    tu sei allievo di enzo mari. quando è uscito “autoprogettazione” è stato considerato un progetto lungimirante e di eccellenza, perchè libero e fruibile. ma a tutt’ora nessun designer persegue quel modo di progettare. l’autoproduzione di oggi è mero incasellamento in un movimento contemporaneo.

    quello di mari credo sia il progetto più bello degli ultimi 50 anni. ed è stato il suo progetto che ha avuto più riscontro popolare: dopo la presentazione, gli arrivarono migliaia di lettere da tutto il mondo… ma l’autoproduzione di adesso è l’equivalente del design di qualche anno fa. usa le stesse modalità e percorre gli stessi canali comunicativi. quel tipo di autoproduzione non cambia la sostanza delle cose perchè non si estende alla maggioranza delle persone; rimane sempre di e per una nicchia, senza aprirsi al mondo. 
    il designer fino ad ora si è comportato in modo superficiale, affrontando qualsiasi tipo di problema, come se conoscesse tutto. ma ogni argomento richiede una competenza. io spesso progetto con il marmo, che è un materiale molto difficile; devi conoscerlo bene altrimenti ti si rivolta contro. così come il legno per esempio. essere un piccolo artigiano fa sì che tu possa approfondire quelle competenze al punto da gestire e progettare in modo nuovo, perchè hai approfondito così tanto la conoscenza di quel tale argomento che ti permette di giungere a un limite a cui nessuno era arrivato mai. se invece rimani in superficie stai su un livello che potenzialmente appartiene a tutti. i risultati migliori arrivano quando approfondisci l’argomento all’inverosimile.

    si vede che hai lavorato da mari.
    la nostra prima idea consisteva nel creare un grande archivio web per l’autoproduzione. un’autoprogettazione di mari portata all’estremo, per far recuperare alla gente il piacere manuale.

    in questi giorni ho parlato con un architetto di faenza che sta portando avanti una sua idea: suggerire alle persone il modo di costruirsi cose di qualsiasi tipologia utilizzando oggetti o componenti di oggetti o di mobili ikea. in questi magazzini, come pure in altri simili, si trova di tutto a prezzi bassissimi. magari un pezzo lo prendi alla coop, uno all’ikea. il concetto è giusto secondo me, fa capire che tutto è già disponibile e che basta guardare con attenzione a ciò che esiste per realizzare nuovi oggetti. non c’è bisogno di nuovi stampi o di avviare nuove catene industriali. basta demandare l’assemblaggio di questi pezzi direttamente all’utente. lui deve reperire le varie componenti e sapersi costruire il proprio oggetto. non è male come pensiero.

    il progetto è affascinante, ma non ci convince tanto l’utilizzo di queste grandi catene come rifornimento di semilavorati; significherebbe appoggiarsi ad una realtà globale e non locale, alimentando un sistema in cui pochi guadagnano e tanti sono sfruttati.
    noi vorremmo cercare di creare un movimento intorno a questo pensiero manuale ed è per questo che parliamo con i designer ai quali di solito chiediamo se vogliono liberarsi dalla situazione di schiavitù dalle aziende.

    eh… chissà se ci riuscirò! non è una questione di volontà, è piuttosto una questione economica, non ho i soldi per aprirmi un laboratorio, dovrei fare un investimento che al momento non riuscirei a sostenere. se avessi la possibilità invece, lo farei subito! non a caso sto cercando qualche imprenditore disposto a pagarmelo (ride).

    sarebbe il momento adatto per sfruttare la “celebrità”, gli anni di lavoro.

    quindi allora mi libero. questa è la mia volontà!

    beh. ormai il ruolo del designer l’abbiamo smontato.

    sì, perchè in questo mestiere viene dato più valore all’apparenza delle cose che all’essenza.. solo pochissimi designers lavorano responsabilmente, pochissimi riescono a coniugare onestà e qualità progettuale con una reale diffusione dei loro prodotti. la maggior parte invece si occupa solo di dare una forma alla merce senza porsi troppe domande su quello che fa. a me non piace entrare a far parte di questa catena di marketing per riempire il mondo di rifiuti solo per fini economici personali. fossi qualcuno di quei designers di grido di cui producono migliaia o milioni di pezzi, avrei un gran senso di colpa. per fortuna non hanno mai prodotto molti dei miei progetti! (ride).

    il sistema, però, sembra impedire questa località. siamo legati ad un’epoca passata di agio e prosperità basata sul possesso di beni.

    sì, esatto, non riusciamo a guardare oltre l’apparenza. io ho una vecchia passat. ora ha quindici anni ed è un carretto ma spero che duri ancora qualche anno, perché avrei serie difficoltà ad acquistarne una nuova. in realtà adesso l’unico mezzo di trasporto che potrei permettermi sarebbe la bicicletta. e so che quando demolirò quell’auto, mi prenderò una bicicletta elettrica o magari me la costruirò con le mie mani. bisogna cambiare ottica, stile di vita. insegnando alla naba ho scoperto che ci sono persone che la pensano come me, james irvine per esempio quest’anno imposterà il suo corso proprio sul cambiare le prospettive di questo mestiere facendo progettare agli studenti non più nuovi oggetti ma il loro stesso futuro. mi sembra una scelta molto centrata e onesta per affrontare insieme agli studenti la realtà che ci aspetta.

    parleremo con guerriero a breve, parlando di naba, su consiglio di mendini.

    beh guerriero è un gran poeta che riesce a rendere la vita una fantasia totale, è un tipo simpatico. io però vi consiglio di intervistare anche personaggi al di fuori del mondo del design come carlin petrini di slow food (che ha ricevuto anche il compasso d’oro) o silvano agosti che dice cose folli su questa società, ma bellissime. o anche ermanno olmi, dario fo. sono nomi grandissimi, ma per voi sarebbe molto costruttivo incontrarli e magari una mezz’oretta ve la concedono. poi vi consiglio di andare da mari, lui è molto aperto con i giovani. vi darà moltissimo.

    probabilamente la prima mezz’ora, con enzo mari, sarà di insulti…

    è probabile, però vi darà tanto. è un grande uomo e ha una visione alternativa del futuro e soprattutto é radicale e coraggioso, fuori da ogni logica pre-confezionata. l’importante è far sì che questo vostro progetto non diventi l’ennesima operazione di design che si muove all’interno del solito sistema. perchè se è inserito in quel sistema ne viene ingoiato. tenete sempre presente che il vostro obiettivo è il mondo reale, non quella nicchia di dieci persone che comprano il design
    stavo pensando ad alcuni progettisti da consigliarvi, ma non mi viene in mente nulla…anzi no, shigeru ban. è un architetto giapponese che progetta soluzioni architettoniche temporanee con materiali naturali, però dovreste andare in giappone (ride)! 
    sapete cos’è? bisogna ritrovare la componente umana, la verità e l’essenza della vita. è questa la cosa fondamentale.

    il nostro pensiero manuale parte proprio dalla consapevolezza dell’uomo riguardo la propria dimensione. tutto il nostro disagio è partito da una visita al fuorisalone la scorsa primavera. a un certo punto eravamo come nauseati, abbiamo avuto la chiara percezione che qualcosa in quell’ambiente fosse “rotto”.

    e pensate che non siete andati al salone! perchè il fuorisalone dovrebbe essere l’avanguardia, la sperimentazione! ora tutto è fatto per essere guardato e non più fruito. dubito addirittura che il design funga ancora da traino della società, anticipandone i bisogni. ormai segue un trend morto. il modo di operare di oggi è la coda di un concetto passato e autoreferenziale. il design oggi è come una bolla di sapone coloratissima che vaga per il mondo. ma se ci guardi dentro, non c’è nulla.

    (massa, 14 novembre 2012)

     

  7. torretta del design, castello del valentino, torino. raggiungere luigi bistagninoginobista – e accedere al suo studio-libreria-presbiterio che domina su torino sembra un percorso di purificazione, una via crucis per l’espiazione di tutti i peccati che il progettista possa commettere: telefono a rotella, porte criptate da telefoni a rotella, ascensori poco più grandi di un telefono a rotella, scale buie. a rotella. 
    l’arduo percorso porta all’oracolo della new wave del design. saggio ed estremo, ginobista, alla nostra prima non-domanda, si rivela a noi. un fiume in piena.

    sono luigi bistagnino, professore universitario a tempo pieno di design e, visto che percepisco uno stipendio derivante dalle tasse di tutti, credo che la mia finalità sia quella di dare un servizio alla società. questo significa fare ricerca, dare agli studenti una metodologia di approccio alle problematiche e far sì che l’università sia un laboratorio formativo dei giovani. credo fortemente nell’istruzione, poiché solo grazie a questa si potrà intervenire sulla società al fine di trasformarla e farla progredire intellettualmente (non economicamente). il lavoro formativo è importantissimo, anche se avrà effetto sulla società tra non prima di vent’anni.
    io insegno ad avere testa, occhi ed orecchie abituati a recepire bene. 
    in italia fino agli anni 70 si era “felici” , benchè le possibilità economiche della maggior parte della gente fossero inferiori a quelle attuali. la differenza, secondo me, stava nel fatto che le persone in quegli anni si sentissero parte di una società e che perciò instaurassero delle relazioni molto forti. oggi invece prevale l’egoismo, siamo arrivati ad un “tutti contro tutti”. abbiamo più denaro, ma meno felicità. il desiderio di alcuni oggetti, che nella società attuale determina il proprio status (tu sei quello che possiedi)ha portato, piano piano, alla negazione delle relazioni. l’unica via di salvezza è nel mondo giovanile in cui il grande valore consiste ancora nelle relazioni. stando in mezzo agli studenti io vedo che i giovani non sono tristi, c’è felicità, seppur senza mezzi. l’obiettivo non è più l’automobile, non interessa più a nessuno possederne una. i giovani si divertono anche se ci sono meno soldi. hanno più gioia, perché hanno più relazioni.

    quindi più che della crisi economica ci dovremmo preoccupare della crisi delle relazioni sociali?

    sì, perché quando si entra nel mondo del lavoro, le priorità diventano subito altre e si perdono di vista gli obiettivi reali dell’uomo. ma il mondo della ricerca del denaro è da abbandonare, a favore di quello delle relazioni. come il vostro pensiero manuale, no? magari ora non vi dà da mangiare, però vi dà la possibilità di essere in contatto con altre persone. prendete l’open source, ad esempio: noi (il politecnico di torino, ndr), anni fa, avevamo interpellato le grandi aziende di software, dicendo loro: “se ci date il software gratis, noi ve lo testiamo”. questi ci hanno guardati e ci hanno risposto “siete scemi”. e invece gli scemi erano loro perchè avrebbero potuto relazionarsi con gli studenti, che sono degli utenti molto esperti. avrebbero avuto migliaia di sviluppatori, gratis. Al loro “no” noi abbiamo risposto: “benissimo. open!”. ora l’open source sta crescendo e sta diventando un sistema molto diffuso che riesce comunque a produrre economia. questa idea di relazione, completamente diversa da quella precedente, soppianterà questo tipo di società e ne creerà una nuova, migliore. c’è una filiera di comando vecchia. quelli che io chiamo “decisori” sbagliano, in quanto cercano di essere coerenti con quanto è stato loro insegnato all’epoca della loro formazione.

    i “decisori” sono obsoleti, insomma. come cambiare prospettiva?

    io per esempio gestisco il corso di ecodesign in modalità boss-less, senza capo: gli studenti si riuniscono in gruppi autonomi e io non guardo più le presenze. ho definito i criteri e ho assegnato gli obiettivi e il gruppo si autoregola, si autogestisce, stabilisce il proprio leader, regola il lavoro. io non voglio più arrivare a fine anno e dire: “tu hai lavorato tot e meriti questo voto”. No. io voglio andare dal referente del gruppo e dirgli: “tu sei il referente. quale voto credete di meritare?” questo perchè devo insegnare agli studenti a stare nel mondo del lavoro, ad imparare ad avere la capacità di essere responsabile, ad essere in grado di chiedere la giusta retribuzione per il lavoro svolto. il voto non è altro che una sorta di pagamento per lo studente, no?

    l’idea di lavorare in team autogestiti renderebbe il lavoro più stimolante per tutti.

    più stimolante e più gratificante. è una tendenza mondiale, infatti. ci sono industrie intere, come la gore-tex®, che sono boss-less. ci sono un capo, un amministratore delegato, eccetera che pongono gli obiettivi, ma non ci sono dirigenti. i lavoratori si organizzano in relazione ai lavori da svolgere. ne esistono molte di queste realtà che dimostrano come si possa eliminare ciò che non va nella nostra società, ma se non ci si stacca mai dalla seggiola, si pensa in modo datato e quindi non si capiscono gli strumenti di oggi. 
    io non insegno ad utilizzare le nuove tecnologie, sarebbe assurdo! (ride) ciò che mi preme insegnare agli studenti è il processo sistemico, in cui l’output di un’azienda diviene l’input dell’altra.

    il famoso design sistemico, croce e delizia del politecnico di torino.

    vedete, il design sistemico esprime l’importanza del rapporto relazionale: sia il prodotto che crei, che quello che non usi assumono lo stesso valore. il tuo output diventa la mia risorsa. oggi nel mondo industriale questa visione non esiste! oggi ci sono prodotti e scarti. l’economia attuale, che io chiamo lineare, per non saturare mai il mercato, produce prodotti nuovi ma già obsoleti. questa è la tecnica dell’obsolescenza programmata. il vero utente finale di questo tipo di economia è le discarica. dovete sapere che qualunque prodotto, dall’automobile ai cellulari, è composto dal 70/80% di componenti che erano già presenti nell’edizione precedente dello stesso prodotto. è come se comprassimo solo il 20% nuovo!
    da qui nasce il design per componenti, che non è altro che un sistema integrato di parti che, messe insieme, svolgono funzioni diverse. è un sistema aperto di relazione tra flussi di materia e di energia. si parla sempre di relazioni, vedete. come quelle che creano interconnessione tra le persone e quindi felicità. 
    oggi l’economia si basa sul singolo prodotto, mentre nel design sistemico e in quello per componenti la forza è nelle relazioni. nel mercato attuale devi far affermare il tuo prodotto, tutto si basa sulla competitività: “io sfondo il mercato, vinco sulla concorrenza, elimino la concorrenza!”. sentite che terribile terminologia bellica? mors tua vita mea. nell’approccio relazionale c’è un rapporto collaborativo e il tipo di economia che ne deriva è molto più forte perchè tesse relazioni vicine: se hai una morosa a new york e tu sei qui, la storia non funziona, chiaro no? tessere relazioni locali è vantaggioso perchè si possono conoscere molto bene i propri collaboratori e perchè il rispetto del territorio è nell’interesse di entrambi. questo determina un tipo di regolamentazione autonoma, in continua evoluzione e miglioramento. come dice il proverbio: “non mettere mai i piedi nel piatto in cui mangi”. vivere il territorio contribuisce a rendere felici, ed è anche un modo per evitarne la sua prostituzione. comprare il sesso, ovvero usare i propri soldi per soddisfare una propria incapacità, è come mangiare le fragole a gennaio: si usano i soldi per pagare un contadino schiavizzato dall’altra parte del mondo. la logistica, in questo caso, fa la parte del magnaccia che procura le fragole sfruttando il contadino e trasportandole all’acquirente che le compra a caro prezzo. se non è sfruttamento questo! il valore non è nel denaro, ma nelle relazioni che riesci a tessere con gli altri individui.

    quindi le relazioni e la collaborazione sono il nuovo mantra delle politiche aziendali?

    ma certo! conoscete arduino? lo fanno a torino. con arduino è cambiata la logica di fare prodotti perchè si guarda al processo produttivo in modo completamente nuovo. hanno capito che, all’interno degli apparecchi elettronici che utilizziamo normalmente, ci sono dei chip in grado di svolgere migliaia di funzioni, ma che in quei determinati apparecchi assolvono solamente ad una delle possibili. si sprecano così migliaia di possibilità. arduino è una base di partenza con infinite possibilità attraverso la quale ognuno può arrivare a sviluppare ciò di cui necessita. un solo componente che apre un intero mondo. non è vincolato ad unico utilizzo, ma è “aperto”. è la teoria dell’open source, in cui nessuno è padrone e tutti sono fruitori.
    sta in questo la differenza con l’industria passata, che si basava sul brevetto. il signor bic – è nato a torino, lo sapevate? all’angolo tra corso umberto e corso somellier c’è una targa che dice “qua è nato bic” - ha campato una vita su un solo brevetto. ma all’epoca l’industria era basata su quel sistema. oggi la via è il creative commons, la condivisione. il mondo del creative commons sfama parecchi giovani lungimiranti, anche se non li fa comparire tra gli occupati perchè non hanno un posto fisso. ma per un giovane il posto fisso è l’ultimo dei problemi: contano le relazioni, le esperienze, capire nuove cose ed entrare in rapporto con tutti. lo stesso facebook si basa su questo: un network che mette in relazione le persone. sarò ripetitivo, ma questa è la base del futuro.

    in questo futuro, allora, qual’è il ruolo del designer?

    il designer non sarà più la figura tradizionale di colui che disegna un prodotto per una grande distribuzione, ma si occuperà di produrre piccole serie di prodotti, che abbiano un forte legame con il territorio, con le sue risorse e le sue relazioni. sarà un lavoro attento alle micro relazioni insite nella natura. la natura è fatta di micro spostamenti che danno a tutti possibilità di vita. l’industria del futuro sarà un industria molto piccola, molto vicina alla bottega artigianale di una volta, in cui le relazioni e le sperimentazioni saranno all’ordine del giorno, in cui la componente umana sarà importantissima. anche perchè la deriva che abbiamo preso fa sì che la moneta e l’economia globale, non avendo più radici siano intangibili, astratte e completamente slegate dalla realtà. alla borsa di chicago battono il valore delle arance italiane, da pazzi! ricordate il film “una poltrona per due”?

    "una poltrona per due", quello con eddie murphy? mmm.

    rivedetelo. quando eddie murphy, che interpreta un ex mendicante di colore, viene portato davanti alla borsa di new york nota il prezzo della pancetta e dice qualcosa tipo “aspettiamo a vendere le quote della pancetta perchè siamo sotto natale e tutti quanti vorranno mangiarla e festeggiare con i propri cari.” eddie murphy stava ingenuamente affermando che il prezzo della pancetta sarebbe stato obbligato a salire. il denaro non è la pancetta, ma le relazioni! devono capirlo i “decisori”. sopratutto il decisore più potente: il consumatore. se i consumatori avessero la consapevolezza della propria importanza nella società tutti sarebbero obbligati a seguirli. sarebbe un’ondata di coscienza fortissima che cambierebbe tutto.
    è importante ributtare i piedi a terra, mettere delle radici, sentire le stagioni, capire che le fragole non si mangiano in inverno e che la spesa non si deve fare al supermercato dove tutto è possibile: “yes, we can”. il supermercato non è un posto in cui fare la spesa ma è una banca: quando esci dal supermercato hai appena pagato un prodotto che verrà pagato al produttore tra sei mesi o un anno. l’interesse non è rivolto alla qualità del prodotto ma alla quantità di denaro incassato. una ricerca di qualche anno fa diceva che il 70% del cibo europeo è gestito dalle 7 sorelle del cibo: auchan, coop, carrefour, conad, selex, esselunga e despar. tendenzialmente sono francesi e non a caso la francia ha un territorio devastato da questa economia basata sui supermercati. noi ci salviamo ma dobbiamo fermarci prima che sia troppo tardi. il supermercato ammazza il negoziante e le relazioni del territorio.

    i supermercati uccidono anche la biodiversità.

    uccidono tutto, perchè hanno una piattaforma logistica secondo la quale si acquistano e si immettono prodotti sul mercato solo secondo logiche commerciali. un limone sa di zucca e l’uva sa di limone. sembra il “paese di bengodi” di boccaccio, in cui tutto è possibile. ora al posto dell’agroalimentare e dell’agricultura c’è l’agroindustria, cioè la terra che diventa industria. in più la globalizzazione, forzando la creazione di grandi concentrazioni industriali, fa sì che vengano deturpate intere aree vergini dei paesi in via di sviluppo. come fa la apple per esempio.

    (ridiamo, indicando il pacchetto “macbook + i phone” sulla scrivania).

    purtroppo è vero, la apple è costruita intorno ad un sistema incredibilmente chiuso. inoltre il paradosso è che fuori dai cancelli della foxconn (azienda cinese che assembla i telefoni della apple, ndr) c’è la coda per farsi assumere e poi la gente, una volta assunta, durante il turno va sul tetto e si suicida. la gente fa la coda per suicidarsi! siamo nel mondo della paranoia e le grandi industrie devono chiudere. dobbiamo ridimensionarle e cambiare direzione. d’altronde una grande nave - schettino a parte, (ride) - impiega molto più tempo ad effettuare una manovra di virata, che una più piccola ed agile. questa è la flessibilità da perseguire: aziende piccole con maggiore capacità di guardarsi intorno e di inserirsi in relazioni che cambiano di continuo. in più le grandi aziende sprecano grandi risorse energetiche e di materiali, mentre il lavoro sul territorio utilizza le risorse giuste, poiché produce per le giuste necessità della gente.

    le aziende sono solite affidare le mansioni gestionali agli ingegneri o agli economisti. è difficile immaginare che sia il designer ad occuparsi di questi argomenti.

    il designer è colui che ha la nuova visione. l’ingegnere gestionale serviva quando si facevano i grandi numeri. le aziende hanno fatto fortuna grazie ai designer (castiglioni, zanuso, mari) che hanno messo a disposizione la loro diversa e itinerante sensibilità culturale. la vera capacità del designer è di saper osservare la società, le tecnologie, le innovazioni al fine di farne una sintesi efficace. in questo momento il designer deve saper andare controcorrente nel modo giusto. noi personalmente siamo andati molto controcorrente, tanto che fino a qualche anno fa ero chiamato ingegnere ambientale. noi riprogettiamo i processi produttivi e quando questi nuovi processi saranno messi in atto, daranno dei risultati. ma se non cambiamo i processi produttivi non cambieremo mai. se non smetti di rubare, non sarai mai onesto ed essere un po’ meno ladro, non vuol dire non esserlo.

    noi stiamo portando avanti questo progetto che si chiama “fronte di liberazione dei designer. la domanda che siamo soliti fare è: il designer cambia ruolo o continua a disegnare menate?

    beh. le menate le hanno sempre e solo disegnate gli stilisti. io ritengo che il design abbia sempre rispecchiato molto bene la realtà e la società e abbia la capacità di influire positivamente sul cambiamento.

    quindi il design si sta già “liberando”?

    credo di sì. io ho fatto uno sforzo mostruoso in questo senso. gli ultimi 15 anni, in cui abbiamo teorizzato l’ approccio sistemico, sono stati mica da ridere. tutti mi guardavano come fossi un matto. ora però ci danno ragione.
    un esempio tangibile è il salone del gusto, del quale sono responsabile scientifico dal 2006: l’approccio sistemico ha fatto sì che i rifiuti passassero da 188 a 156 tonnellate in quattro anni e quelle di CO2 da 1600 a 950. quest’anno vorremmo arrivare a 130 tonnellate di rifiuti e 570 di CO2. sarebbero più di mille tonnellate di CO2 in meno rispetto al 2006! il tutto a fronte di una crescita esponenziale di visitatori e espositori. siamo riusciti a far sviluppare la sensibilità alla collaborazione tra le aziende che ora vivono vere e proprie relazioni. all’inizio è stato difficile, perchè quando mando i miei giovani collaboratori da soli a parlare con le aziende, la risposta che ricevono è sempre “son tutte balle”. fuori è il denaro che comanda. ora dopo dieci anni di ricerche, casi studi a non finire, iniziamo ad avere un peso forte. inoltre la crisi sta mordendo e si stanno palesando alcuni problemi che fino a qualche anno fa erano difficili da fare immaginare alle aziende e allora ci dicono “forse quel tuo approccio lì, non è mica poi tanto stupido!”.
    stiamo anche registrando un notevole aumento delle iscrizioni alla laurea magistrale in ecodesign, che è unica al mondo. credo che gli studenti, come la società, si rendano conto che la scienza dei materiali, della meccanica, della gestione, del marketing, senza un obiettivo di progetto non possano esistere. abbiamo cambiato il paradigma del design in base alle relazioni ed in base alle regole della natura – io non ho mica inventato niente, ho solo assecondato la natura –. è questo che tutti iniziano a capire.

    quindi è questo il nuovo “buon design” italiano?

    i designer per liberarsi devono lavorare sulle relazioni, sulla collaborazione e, soprattutto, sulla multidisciplinarietà, che è una caratteristica fondamentale. i problemi si risolvono rivolgendosi a diverse competenze e un buon progettista deve saper coniugare tecnologia, materiali, società, economia. il designer è come una macchina fotografica con il fisheye, mentre tutti gli altri sono cavalli con il paraocchi. il designer deve avere la capacità di mettersi in un’altra angolazione e rielaborare, perchè innovare non significa cambiare tecnologia, ma cambiare il modo di guardare le cose. d’altra parte picasso con il cubismo cos’ha fatto? ha preso una persona e le ha fatto il giro attorno ed ha sintetizzato in una figura la presenza contemporanea di più punti di vista. e tutti gli davano del pazzo! io ritengo che il buon designer sia colui che progetta guardando la realtà sotto tutte le sue diverse dimensioni.

    ci ha convinti. ma quanti dei suoi studenti sono disposti a seguirla?

    tantissimi. ieri ho incontrato una ragazza del kyoto club la quale, su consiglio di gunter pauli, mi chiedeva nozioni sulla metodologia del nostro approccio che vorrebbero adottare. io ho detto loro: fate pure. sono pagato dalla società per dare una visione diversa sul mondo, se voglio cambiarlo mica posso tenere per me queste nozioni! io ho un’equipe di lavoro composta da trenta persone, all’interno della quale sta nascendo il progetto officine sistemiche. ho aperto anche la fondazione approccio sistemico per avere la possibilità di attrarre capitali e fare in modo che i nostri progetti possano essere sviluppati e che ci siano dei giovani che possano lavorarvici. è molto importante che questi ragazzi lavorino in autonomia perchè sennò farei il papà. Al massimo posso esserlo culturalmente, ma le decisioni devono prenderle autonomamente. io stesso, arrivato ad un certo punto, ho detto ai miei genitori quello che avrei voluto fare e, di fronte ai loro dubbi, ho risposto: “mi avete messo al mondo per quale motivo? se facessi quel che fate voi sarei uno zimbello nelle vostre mani. mi avete dato la vita, un’educazione, delle possibilità per cui vi ringrazio, ma devo viverla adesso”.

    dobbiamo avere il coraggio di fare una scelta diversa?

    se non si fanno scelte, non si fanno errori. se non si fanno errori, non si cresce!

    (torino, 11 ottobre 2012)

     

  8. torino, cortile del maglio. raggiungiamo lo studio nucleo – sì, sono quelli della poltrona terra, ma a loro non chiedetelo – , dove troviamo un work in progress fisico e concettuale: ≪qua stiamo facendo un’officina, quello diventerà lo show room≫. pier (robino) si fa attendere, ma la cosa non ci stupisce. lunga barba bianca, visibilmente zoppicante: ≪dunque voi siete qui per liberarmi!≫. ci accomodiamo attorno ad un tavolo completamente ricoperto di residui di resina, il materiale simbolo degli ultimi lavori del collettivo. all’aperto, la giornata è splendida, quasi come il tirocinante che - minando non poco la trascrizione dell’audio – munito di raschietto gratterà resina essiccata dal piano del tavolo durante tutto l’incontro. A nostro rischio e pericolo decidiamo di proseguire.

    presentazioni:

    piergiorgio robino, nucleo.

    come definisci il tuo lavoro?

    sono in via di definizione. autore. sì, credo che autore riesca a identificare quello che sto facendo.

    il tuo ultimo progetto?

    è un progetto artistico, che presenteremo a paratissima, basato sulla partecipazione dell’utente.

    puoi darci un’anteprima? si tratta di un prodotto?

    è una serie di specchi sulla società: il primo è lo specchio della paura. sarà in vendita, quindi sì, è un prodotto, ma non è assolvente alla funzione di specchio. è un’opera d’arte e, in quanto tale, si propone di far pensare.

    lo ritieni innovativo?

    come prodotto no. non è innovativo il fatto che sia uno specchio e neppure il fatto che l’arte faccia pensare. può esserlo il processo, per quanto non abbia inventato io il progetto partecipato. l’obiettivo, però, non è lo specchio in sé, ma una riflessione sulla società.

    non ti sei definito designer, nonostante tu l’abbia fatto per gran parte della tua vita professionale.

    in questo momento non sarebbe identificativo di quello che sto facendo. gli oggetti che facciamo hanno un progetto dietro, ma non sono “di design” perchè non hanno l’obiettivo di esser venduti a più di una persona. e poi in questo momento i miei prodotti non avrebbero molto mercato.

    cos’è quindi il design?

    il termine è abusato. tutto è di design, dal parrucchiere alle unghie. in realtà tutto è come prima, ma vi abbiamo apposto un’etichetta. ora il termine corrisponde alla moda, non al progetto, mentre negli anni ‘60 il progetto “di design” era di rottura, voleva rivoluzionare dei temi della vita, della socialità. E poi è un termine incompleto, dire faccio il designer è come dire faccio il pilota. di cosa? aerei, astronavi, auto? bisognerebbe essere designer di qualcosa, ovvero essere un professionista in un campo specifico.

    hai mai insegnato?

    sì, per diversi anni - fino al 2008 - ho insegnato praticamente in qualsiasi tipologia di università italiana privata e non: politecnico, ied, iuaav, la facoltà di architettura di firenze. vorrei tornare ad insegnare, cosa che mi piace molto, ma a patto che la professionalità venga riconosciuta – da ateneo e studenti - e retribuita.

    in quanto (ex) docente, credi si possa insegnare ad essere designer?

    come si può insegnare a cucinare. il design e la cucina sono mestieri d’arte. ciò che l’università deve fornire sono delle basi, un metodo, non deve trasferire la capacità artistico/creativa del docente. vi faccio un esempio: io ero solito presentarmi alla prima lezione dei corsi con una brioche in mano, dicendo “questo è design”. gli studenti restavano basiti. “è design perchè il croissant ha una storia, tutti credono sia francese ma è austriaco. il nome stesso, croissant, non è francese”. poi proseguivo dicendo che esistono brioche salate, dolci, industriali, artigianali. significa che l’abilità del buon designer è scegliere un campo in cui concentrare la propria sensibilità. proprio come un cuoco.

    a proposito, la cucina richiede molto esercizio. credi che nelle università di design si faccia abbastanza pratica?

    sono fuori dall’università italiana da quattro anni. l’ultimo contatto che ho avuto con un’università italiana è stato a bolzano, ed è stato fantastico: è un’università di design eccezionale, professionale, attrezzata e preparata. mi ha quasi commosso. ho visto cose che mi hanno sinceramente stupito. il corso di packaging, ad esempio, ha una macchina al taglio laser per le fustelle! c’è una sezione di laboratori molto grande, all’avanguardia a livello organizzativo, a cui gli studenti accedono tramite carta magnetica e dove possono approcciare strumenti e macchinari evoluti di qualunque genere. fino allo stampaggio dei polimeri! e inoltre questa università supporta lo sviluppo dei progetti, incubando gli studenti migliori, cosa di cui l’università italiana si occupa poco. il royal college of arts, ad esempio, attrae persone da tutto il mondo perchè riesce a sviluppare la capacità insita nei progettisti. non li valuta per la loro capacità di apprendere. non insegna, ma accompagna.

    certo, scuole come il rca e quelle del nord europa più in generale rappresentano un eccellenza dal punto di vista della ricerca, ma continuano a preparare studenti il cui operato non esce dalle logiche di mercato. l’ENTE indaga proprio questo aspetto: il ruolo degli oggetti e della produzione oggi.

    è un tema complicatissimo da affrontare, specialmente in italia, dove esiste un sistema nato in anni di eccellenza, ora in crisi per incapacità di socializzazione. teoricamente potremmo affermare di poter vivere senza oggetti, tutto informatizzato. dovremmo essere la generazione 3.0, che vive in una casa condivisa, con al pian terreno i servizi comuni, dalla cucina ai frigoriferi, alle lavatrici, gli attrezzi, la nursery. io però non conosco nessuno che viva in un condominio del genere, eppure questo è il futuro. la società sta cambiando, forse in modo obbligato, ma per certi versi è positivo. la società non è un insieme di singoli, ma di persone che cooperano. poi, certo, alcuni prodotti non dovrebbero proprio esistere: torino è la capitale dell’automobile, ma le auto senza piloti le fa google a palo alto, in california. quello è il futuro. perchè devo guidare un’auto? oggi la cosa che meno mi interessa è guidare un’automobile.

    servizio, non prodotto. intendi dire che la necessità consiste nello spostamento e non nella guida?

    sì, gli oggetti non sono prodotti ma parole. se prendiamo una sedia e la identifichiamo come tale, la stiamo guardando come oggetto, se invece noi la identifichiamo col termine sedersi, sostituiamo un’azione all’archetipo.

    certo, è un approccio semantico al progetto. ma come ti poni di fronte alla sovrapproduzione, al continuo ridisegno di oggetti?

    esistono diverse linee temporali, una persona che vive a new york o a torino, non è sulla stessa linea temporale di una che vive a bombay o a kathmandu. per voi è normale parlare di sovrapproduzione e assurdo il fatto che ancora si producano sedie, ma se giraste per una strada di karachi, probabilmente non vedreste l’ora di comprarvi un bel divano.

    in questa visione, però, la sovrapproduzione occidentale è un’ulteriore colpa rispetto a chi non ha nulla.

    . la situazione è questa: la crisi è molto grave per noi, ma per un certo numero di persone non lo è assolutamente, anzi, è vantaggiosa. è il gioco dello sfruttamento al contrario: un europeo povero è molto meglio di un europeo ricco.

    ? (basiti, come studenti di fronte a un croissant austriaco)

    mettiti nei panni della signora delle pulizie rumena, pakistana, filippina. tra qualche anno saranno loro ad avere un italiano come domestico. nella storia dell’umanità è sempre successa questa cosa.

    può darsi. ma nell’immediato rimane il fatto che la produzione oggi non tenga conto di esigenze umane, ma sia frutto di speculazioni economiche.

    questo è utopico, è la famosa ideologia comunista: un solo prodotto per tutti, una sola auto, un solo caffè, pane. questo è già esistito ed è un sistema che è stato messo in crisi, non ha funzionato. qual’è il sistema che mette insieme sostenibilità e diversità. qual’è il modello nuovo?

    forse la soluzione non sta in un nuovo modello da seguire, ma nella coscienza collettiva. pensiamo che il modello attuale, basato sull’egoismo, non fornisca più risposte.

    sì, ma il problema è di nuovo delle linee temporali. vi faccio un esempio: quest’estate sono stato a shanghai, mi aspettavo di arrivare in una città inquinata, puzzolente, piena di questi “famigerati cinesi che ci rubano il lavoro”. poi sono uscito in mezzo al traffico e non vi erano né rumori né odori. tutte le auto e tutti i motorini erano elettrici e mi sono detto: “cazzo, qua c’è stata la rivoluzione e non ce ne siamo accorti”. a shangai sono già elettrici, dieci anni fa erano su una timeline arretrata rispetto a noi, mentre ora sono su una timeline più avanti. con quanta velocità ci hanno superati? la città era tappezzata di manifesti con su scritto "go green", sono stato nell’albergo che inquina di meno in shanghai. dall’aeroporto al centro c’è un maglev, un treno che viaggia su binari a lievitazione magnetica e fa i 450 km/h - lo fanno andare a quella velocità ma potrebbe andare anche più veloce -. ce l’hanno solo loro. nessun altro paese è in grado di permetterselo. questo è un tema interessante, più dell’eccesso della produzione perchè tra qualche anno forse tu non potrai comprarti un pacco di pasta, ma dovrai comprarti del riso cinese.

    quindi se volessimo trovare un ruolo al designer in italia?

    io sono molto preoccupato per questa professione. questa tendenza all’artigianato significa servire un mercato localissimo e significa non essere in grado di soddisfare un sistema che produce prodotti altamente industriali. con la crisi, persino l’ikea ha ridotto la qualità dei prodotti, per mantenere i prezzi di cinque anni fa, perchè il consumatore non è più soltanto il mitteleuropeo colto, ma anche l’immigrato del paese povero. per una persona che proviene da una paese emergente un mobile dell’ikea rappresenta già un buon livello di qualità, mentre per un sofisticato decadente nobile locale è più facile che l’oggetto di qualità sia più riconoscibile in un prodotto artigianale, creato apposta per lui. un designer accorto, capace, quindi deve riuscire ad entrare in questo circolo e sapersi trasformare in un artigiano che sa interpretare la cultura, le dinamiche di prodotto e mercato, lavorando su questa timeline. con ciò trovo abbia più senso l’artigiano che fa le biciclette, piuttosto di quello che fa oggettistica per la tavola. l’oggetto bicicletta è più contestualizzato rispetto ad un oggetto per la tavola. è più facile che oggi io abbia bisogno di una mobilità diversa che di una tavola diversa.

    dunque, secondo te esiste ancora un ruolo per la figura del progettista?

    sì, a patto di agire in questo tempo. un designer di oggi dev’essere molto più bravo di uno di dieci anni fa. non solo perchè ce ne sono di più, ma perchè è cambiato l’approccio. prima, durante il boom economico, il problema era produrre a sufficienza per i consumi, oggi la situazione è ribaltata.

    beh, l’approccio del mondo produttivo è rimasto più o meno quello: le fabbriche non hanno saputo rinnovarsi ed i progettisti, spesso, non sono stati da meno.

    io credo che le realtà da criticare siano quelle che non hanno avuto la capacità di investire quando avevano possibilità e denaro. la fiat, anche negli anni in cui andava bene, ha ricevuto miliardi dallo stato italiano ma non è stata in grado di pensare al suo futuro. non è andata oltre al prodotto automobile. e non ha mai fatto nulla per questa città, non ha mai generato un sistema che potesse aiutare il territorio. una delle principali cause delle fuga dei cervelli è data dal fatto che a questi non è permesso di crescere sul territorio.

    a proposito di risorse non sfruttate bene, secondo te, tutti siamo in grado di “fare”?

    qua entriamo in scenari incredibili. ti rispondo con una domanda: qual’è il miglior gelato di torino? perchè non tutti sono capaci a fare il gelato. quindi la risposta è: no, non tutti sono in grado di fare tutto. c’è qualcuno che è capace a fare il gelato, ed è già un buon livello. Poi può farlo buono, eccellente o non esserne in grado.

    come sai, noi utilizziamo il binomio PENSIERO MANUALE, riferendoci alla necessità di far cooperare le due facoltà distintive dell’uomo. se non tutti siamo in grado di “fare”, siamo allora tutti capaci di “pensare”?

    no, assolutamente. tu corri i 200 mt piani in 7.8” ? (il record è 19.19” di bolt, 2011, ndr) assolutamente no. sai fare il calcolo scientifico di un integrale a memoria? hai vinto dei campionati internazionali di scacchi? non credo.

    noi valutiamo l’uomo nelle sue capacità insite e basilari, la sua capacità di apprendere, non le eccellenze.

    sì, ma è come prima: ci sono persone in grado di pensare bene, molto bene, alcune geniali. penso che a livello di embrione l’essere umano sia una macchina in grado di far tutto, ma a seconda del contesto in cui viene generato, mese dopo mese, avviene un percorso degenerativo.

    ok, parlando di contesti non ancora degenerati, ci dici tre oggetti che porteresti con te su un’isola deserta? o, meglio, tre attrezzi.

    a domanda stupida do una risposta stupida: mi porterei l’enciclopedia britannica, così per un po’ ho qualcosa da leggere, studio l’inglese e mi acculturo. porterei l’ipad ma non c’è la connessione, quindi mi porterei un generatore di elettricità fotovoltaico e, a questo punto, un led. con l’elettricità puoi fare tutto, un mio amico è solito dire che senza elettricità, torniamo nella preistoria in un attimo.

    a proposito di preistoria. se chiudessero le fabbriche, che scenario ti figureresti?

    dipende se intendiamo la fabbrica come generatore di denaro o di innovazione. nel secondo caso, la fabbrica potrebbe essere un apparato in grado di sviluppare quello che l’università non riesce a fare. non credo ci sia la necessità di prodotti perchè, se chiudessero le fabbriche, ci metteremmo a coltivare e a fare ciò di cui abbiamo bisogno. dipende però se quelle che decidiamo di chiudere sono fabbriche tipo la nokia, la apple o la canon. quello che non devi chiudere è la libertà di pensiero e di comunicazione! ma se mi dici “chiudiamo le fabbriche che inquinano, che sfruttano”, ok.

    se parliamo di sfruttamento, chiudiamo anche la apple. noi parliamo di ridefinizione del concetto di produzione, di lavoro.

    bisogna capire cosa significa chiudere e reinventare la fabbrica: produzione 3.0 in cui i consumatori decidono cosa produrre, oppure tornare all’agricoltura e alla pastorizia? io farei chiudere una fabbrica che a taranto ha ucciso 11000 persone. quella potrebbe chiudere tranquillamente, sì. (rivolgendosi allo stagista sudato che imperterrito procede nello scrostamento continuo e rumoroso del tavolo: ≪ti do un premio, visto che ho un sacco di cose da farti fare, vai di là e c’è un prodotto che si chiama solvente e ti può essere d’aiuto”)

    hai citato alcune fabbriche di elettronica, credi che la tecnologia ci limiti in qualche funzione?

    dipende da come la usi, la tecnologia è tutto. vi faccio un esempio: tra trent’anni è sabato e siamo qua, andiamo in giro per il mercato di porta palazzo, vedo una sedia ed esclamo: “questa è un’ikea del 1998 in truciolato, che pezzo!” oppure “questo è uno dei primi capi di h&m quando ancora li facevano in bangladesh. era fatto a mano, che bel tessuto di nylon!”. questo per dire che la tecnologia va rapportata al suo tempo. di cosa abbiamo bisogno effettivamente? io mi sento più libero che limitato dalla tecnologia, perchè una volta per rispondere al telefono dovevo essere a casa, ora sono sempre reperibile. la tecnologia semplifica, aiuta.

    la tecnologia, però può rendere più pigri, come nel caso della ricerca di informazioni. non si attinge più all’archivio mnemonico.

    perchè oggi si lavora sul dato, non sulla memoria. ma è meglio una società che lavora sul dato certo o sulla memoria? la questione sta nella capacità di insegnare un metodo di ricerca del dato, non è un impigrimento. vi faccio un esempio: sei a cena, si stanno facendo discorsi che nessuno padroneggiana molto bene, ma di cui tutti parlano. poi ad un certo punto uno dice “hai presente i situazionisti?” e qualcuno risponde “sì, certo” e “ti ricordi di quel situazionista in particolare?” e lì vedi che inizia a serpeggiare il panico, poi aggiungi “e ti ricordi quello che diceva…”. è il momento in cui l’altro pensa “ma il situazionismo dov’era? che cos’era? un movimento di cosa?”.

    sì, ma il rischio di basare tutto sul dato certo e non sulla memoria, è che, senza studio, senza memoria storica, tu potresti addirittura non sapere dell’esistenza di correnti e movimenti.

    tu puoi scegliere di prendere la via più semplice: prendi il telefono, scrivi situazionismo e dici :”ah no, in realtà non ne sapevo un cazzo, però è interessante”. se vuoi in un attimo passi da un livello di sottocultura basata sul ricordo, ad uno di ipercultura. ma tu potresti essere pigro e non fare neppure quello, la pigrizia è fare le cose senza informarsi.

    informarsi permette sicuramente di acquisire maggior consapevolezza rispetto alla nostra società. tu come ti senti, buono o cattivo?

    fesso, ultimamente sempre di più. perchè in una società in cui chi vince è il più furbo io mi sento fesso. non mi piace vincere facile. quando esistono persone che non hanno cultura, non sanno l’inglese, non hanno fatto nulla nella vita e prendono 15 mila euro, e in più, invece che migliorare la società l’hanno solo peggiorata, tu sei un fesso e loro i furbi.

    ti senti di fare qualcosa per andare contro questo sistema?

    nel mio piccolo ho dato lavoro a ragazzi giovani, fin dalle prime esperienze, tendenzialmente assumendoli. credo sia un buon modo in un campo in cui puoi prendere un sacco di stagisti e non pagarli, non dando loro opportunità di futuro. io ora ho quattro dipendenti: uno ha meno di trent’anni e si è comprato casa, cosa non comunissima in italia. un’altra persona è incinta ed è in maternità perchè il contratto glielo permette, un’altra è già mamma.

    e i tuoi progetti sono buoni o cattivi? come si confrontano con la società?

    io attualmente sono staccato dalla produzione, in quanto produco, tra virgolette, opere d’arte. però abbiamo fatto anche dei progetti nell’ambito del riciclo/recupero…(di nuovo allo stagista inebetito: ≪ti dico una cosa: in realtà il solvente agisce meglio se bagni il tavolo e lo lasci agire un po’ di tempo, prima di grattare≫)… vi faccio un esempio: durante gli ultimi anni di università un docente ci avevo chiesto di sviluppare un’auto per la fiat che evidenziasse materiali di riciclo. solitamente però il materiale riciclato è esteticamente identico al nuovo, quindi la richiesta era quella di creare un’estetica del riciclo ex novo. io ed il mio collega ci rifiutammo e motivammo la non realizzazione del progetto, dichiarando che dare un’estetica al riciclo significava perseguire un finto riciclo, ovvero un falso ideologico. vi faccio un altro esempio: non appena laureato, ero stato invitato ad una conferenza. a questa presentai, basandomi sul decalogo del buon design di dieter rams, il decalogo della buona azienda. perchè è inutile che un designer abbia un decalogo da seguire se la realtà per cui lavorerà non ce l’ha. beh, ovviamente nessuna azienda l’ha mai seguito così come nessun designer segue quello di dieter rams (sorride).

    bene, noi siamo soliti porre una domanda per chiedere una presa di posizione: rifiuti il sistema, inteso come produzione di oggetti inutili su questa nostra timeline?

    ognuno dei miei oggetti è inutile. so benissimo che nessuno di noi ha bisogno di una sedia, un tavolo, una libreria. io faccio una ricerca personale sulla matericità che l’industria non può fare. il mio tavolo non è figlio di un processo industriale. io voglio raccontare storie diverse, forse folli, ma che raccontano di materia e prodotti non industriali. l’ultima missione dei miei progetti è quella di consegnarli ai posteri: oggetti che immergo nella resina e dureranno in eterno. li chiamo i fossili del futuro, oggetti in legno che, anzichè durare 500 anni ne durano diecimila..

    l’ambra del duemila?

    esatto. l’ambra del tremila, quattromila… mi piace il fatto che abbiano una durata che non avrebbe il legno di cui sono fatti i mobili.

    sì, il tuo lavoro attualmente è frutto di un approccio particolarmente artistico. ma, riferendoci al tuo operato da progettista, noi vorremmo eliminare tutti quei progetti figli della mera speculazione economica. ti rifiuti di accettare tutto ciò e di liberartene?

    io mi sono sempre rifiutato. io ero già libero prima, mi sono sempre manifestato contro qualsiasi regola. vi faccio un esempio: un anno al salone del mobile ho presentato una serie di mobili in ghiaccio. erano l’estremo limite della produzione industriale, li ho chiamati “oggetti temporanei per desideri momentanei”. l’accelerazione dei consumi fa sì che gli oggetti invecchino alla velocità della luce e le aziende hanno la necessità che durino poco. i miei duravano il minimo possibile, 24 ore. facevano sì che si recuperasse l’affezione verso quegli oggetti che hanno veramente valore e, nel contempo, assecondavano provocatoriamente l’industria che necessita che le cose spariscano. ero libero già nel 2001.

    obsolescenza iperprogrammata. hai una domanda per noi?

    ma un lavoro, ragazzi, quando ve lo trovate?

    (torino, 8 ottobre 2012)

     

  9. atelier mendini. così è scritto sulla porta del mega-fanta-studio di alessandro mendini.

    sul portale d’ingresso non c’è il campanello. muri colorati, decorati. di soppiatto, come i bambini nella stanza dei genitori, entriamo. la poltrona proust apre le cosce e ci saluta. una segretaria con gli occhiali neri, beatrice, ci mostra la via tra oggetti, lampade, quadri, vetri, tubi, vernici e colori. smarriti, come dante nel paradiso. beviamo un caffè, tazzine dorate, cucchiaini alati. ≪mendini arriva subito≫. piccolo, colorato a rombi. si cala dall’alto, scarpe di gomma rosse. sorride come se non ci vedesse. ≪che fate voi, dunque?≫. lento, scandisce bene le parole, allungandole mentre pensa a quella successiva. ≪beh ecco, siamo qui perché vogliamo liberare i designer dalla loro schiavitù≫. sulla sua scrivania schizzi, disegni, colori. calligrafia allungata, come le parole. ≪noi registriamo la sua voce mentre le facciamo alcune domande in merito al, diciamo così, design≫. ride. o ghigna forse. la pelle si tira attorno alla sua bocca. ≪se vuole possiamo cominciare dalle presentazioni≫. la pelle sta per strapparsi. 

    beh, sono laureato in architettura al politecnico di milano, non mi ricordo quando. la definizione del mio lavoro è… difficile, perché faccio delle cose molto intrecciate e molto divaricate, anche in contraddizione tra loro. faccio dell’art direction per industrie di design, dei prodotti di disegno industriale e poi lavoro sui materiali e sulle tecniche dell’artigianato. una cosa che mi piace molto, fino ai limiti della inutilità, è quando l’oggetto si avvicina ad essere una specie di scultura o pittura. poi faccio degli atti di grafica e specializzazione nella ricerca di materiali e di colori e poi veri e propri oggetti d’arte e, ancora, architetture senza specializzazione tipologiche, molti allestimenti e installazioni con performance annesse.
    per me tutto è sempre partito in maniera letteraria e teorica: appena laureato, per quindici anni ho diretto riviste di architettura: per prima casa bella, per cinque anni, poi la rivista modo (piccolina) per altri cinque anni e domus, per i restanti cinque. la rivista domus l’ho diretta trent’anni fa e l’anno scorso mi è stato chiesto di dirigerla ancora per un anno. per cui l’ho ripresa in mano e ho fatto undici numeri, un’annata. l’ho pattuito con l’editore. non sarei stato in grado di fare di più, è estremamente faticoso e poi c’ho…lo studio. 

    la genesi della sua metodologia progettuale è quindi teorica, letteraria?

    sì. un’altra costante della mia attività, che si è sempre sviluppata come fosse una ricerca, è stata di contraddire - non so come potrei dire - delle situazioni esistenti che ritengo sbagliate o superate, alla ricerca di novità, anche sbagliando. è una situazione di… labirinto buio. alla ricerca di qualcosa che poi non trovo, facendo tutte queste cose così diverse. è un lavoro anche dispersivo. anche dentro la mia testa.

    come fa a convogliare questa sua confusione con un team di lavoro?

    le persone che lavorano con me sono prima di tutto degli amici con i quali lavoro molto bene, ma sono più specializzati: c’ho una persona che fa grafica, una che fa il design, uno che sa disegnare le sezioni di un edificio… hanno tutti una specifica professionalità, lì bisogna avere in mano… le tecniche.

    noi crediamo che la via migliore per vedere oltre il labirinto, sia la cooperazione, il confronto.

    sì. durante tutto il mio percorso tra le riviste sono sempre stato a contatto con gruppi. ho avuto la possibilità di effettuare ricerche, su ambiti ideologici che di tempo in tempo uscivano fuori. con casa bella ebbi modo di conoscere il design radicale, il contro design, per cui in quell’epoca mi legai ai gruppi fiorentini, archizoom, superstudio, poi a quelli di londra, archigram, e a quelli di los angeles. conobbi anche dei critici d’arte, in quell’epoca il critico di riferimento era germano celant. poi con domus è stato il momento del postmodernismo, per cui la contraddizione al razionalismo, al movimento moderno, la cui idea era quella di lavorare con le mani senza disegnare - anche se io non sono capace di lavorare con le mani - e di recuperare i mestieri: il panettiere, il pizzaiolo, il fotografo, l’architetto, tutti paritetici, senza l’elitarismo del design che arriva dall’alto. si è rischiato di cadere in un pre-ecologismo, perché c’era anche il problema di contraddire l’oggetto di plastica, della prima stagione della plastica, cioè quella non degradabile.
    sempre durante l’esperienza a domus - con il postmodernismo che voleva contraddire le regole del razionalismo e dell’ipertecnologismo in favore di un certo umanesimo e di un certo romanticismo nell’idea di oggetto e di progetto - è cominciato il gruppo alchimia, con sandro guerriero che vi consiglio di vedere, perché è un personaggio che ha una bella storia. e allora i gruppi tipo alchimia hanno raccolto un certo numero di persone. in sostanza la cosa che mi sembra interessante è che questi momenti sono stati caratterizzati da …gruppi. il gruppo dei radical, il gruppo della redazione di casa bella, il gruppo della redazione di modo. oggi non esistono più gruppi, oggi c’è l’isolamento del progettista. non si riesce a far gruppo. è proprio un momento storico che è fatto così. anzi, io penso che se uno trova la possibilità di dialogo, di raggruppamenti anche piccoli, basta essere in …sei. se no si rimane criptati in una specie di chiusura per cui nella testa del progettista avviene un avvitamento psicanalitico e il progetto si trasforma in psicanalisi dell’oggetto.

    beh. però il luogo in cui ci troviamo sembra un po’ uno studio psichiatrico per oggetti.

    sì, io credo molto alla psiche dell’oggetto, è un valore che ho. e comunque persone della mia età non possono, per motivi fisiologici, avere quegli sguardi… rivoluzionari. non faccio il gioco dei giovani e dei vecchi, però oggettivamente ci sono diverse attitudini e diverse energie. le parabole vanno così (fa su e giù con il dito).

    noi, per esempio, pensavamo di farla finita con questo design puramente estetico, consumistico, in favore di un approccio più umanistico e non commerciale.

    sì, non so contro chi ve la prendiate voi adesso ma io me la prendevo con il “bel design” italiano. volevo contraddire questo fatto estetizzante, troppo legato al consumo e queste cose qua. recentemente, con un piccolo gruppo di cui faccio parte ma non ho ufficialità, abbiamo fondato l’associazione misiad: milano si autoproduce design. durante il salone del mobile abbiamo fatto un censimento al quale si sono iscritte circa duecento persone liberamente, cioè dalla fabbricante di collanine a michele delucchi, branzi. tutti. l’analisi del fenomeno dell’autoproduzione oggi può essere molto interessante perché nel momento in cui non c’è lavoro, la piccola industria è in crisi, è difficile per un designer, come per un architetto, aprire uno studio di progettazione mettendosi in contatto con l’industria, diventa un gioco frustrante, infinito. mentre aprire un’officina in cui si ha la possibilità di lavorare il ferro, o il legno, o la plastica, può essere un’ipotesi di lavoro interessante.

    il ritorno all’artigianato è sicuramente una tendenza di questo momento, ma economicamente non ci sembra così accessibile.

    è una realtà nord europea. per esempio i ragazzi olandesi quando si laureano, per loro fortuna, ricevono un’aiuto dallo stato che dà loro un posto, i soldi, e il letto per dormire. si mettono in cinque e aprono un’officina, però, non uno studio. poi magari nell’officina c’hanno anche i computer, ecco. credo si stia cercando di sperimentare la stessa cosa qui. misiad ha cercato di censire gli autoproduttori milanesi, in un grande spazio che ci ha dato il comune di milano, la fabbrica del vapore. 202 autoproduttori hanno portato un po’ quello che volevano, in uno spazio uguale per tutti, cioè un metro per due. per cui c’è stata una specie di miscellanea di intenzioni, di teorie, di materiali, di tipologie, che è stata abbastanza interessante. dovrebbe uscire un catalogo a breve. dovremmo farne una seconda edizione comunque, diversificando un po’ la formula, ma non abbiamo ancora capito come. però la mia idea era di estenderlo all’italia, cioè stare dentro il perimetro di milano…sembra di fare i leghisti. per cui se si facesse qualcosa potreste entrarci di mezzo anche voi.

    volentieri, a patto di rimanere coerenti con il nostro pensiero. crediamo che la produzione di oggetti sia da rivedere. secondo lei abbiamo sempre bisogno di oggetti nuovi? in questa quantità? con produzioni illimitate?

    questa domanda si è sempre fatta, come si è sempre detto della morte dell’arte. dopodiché l’arte non muore. e si continua a dire “c’è la morte dell’arte”, no? allora, perché fare una nuova sedia? questa è una domanda quasi pleonastica, per cui, c’è poco da fare: si faranno nuove cose, comunque, anche perché servono. per esempio tutto il progetto della virtualità è incredibile no? una specie di magia che sanno progettare solo i progettisti orientali. diciamo che, non per fare della demagogia, dovrebbe esserci maggior controllo della quantità, della qualità produttive, dei materiali inquinanti, delle condizioni di lavoro, tutte queste cose, ecco. quindi non si può dire che non ci saranno più le fabbriche e non ci saranno più gli oggetti, questo sarebbe un assurdo. lo si può anche dire, però allora ci si ritira in montagna e non si fa niente. 

    a tal proposito, se domani chiudessero le fabbriche, la gente che cosa farebbe?

    è un problema attuale. se chiude l’ilva a taranto la gente non mangia. allora c’è questo circolo vizioso per cui bisogna tenere aperti. per esempio le automobili sono dannose, non dovrebbero più esserci, ma se chiudessero le fabbriche di auto gli operai non mangerebbero. è un circolo terrificante, ma mica sono in grado io di dire cosa deve succedere. certo, se si seguono ideali e utopie… (interviene la segretaria: ≪c’è il ragazzo del plexiglas≫)

    ideali, utopie?

    per esempio (un po’ distratto) a me piace lavorare con oggetti non industriali, piccoli, quasi unici, ma anche questi hanno un loro vizio, perché finiscono nelle gallerie d’arte, vanno all’asta e diventano merce costosissima, per il lusso, eccetera. io mi trovo in una specie di… foresta, o di… sai in cornovaglia quando sei in barca e c’è la nebbia, e senti le sirene che ti fanno capire di non sbattere, così. io navigo a vista nella nebbia, continuando a sbagliare rotta, ma allo stesso tempo cercando di tenerla. e questo è complicato, specialmente dopo che uno lo fa per tanti e tanti anni. e continua a sbattere. (ghigna)

    noi vorremmo “liberare” i designer da questa nebbia, affinchè possano influenzare consapevolmente i processi di scelta produttiva di un industria.

    io credo che debba esserci pariteticità tra industria e designer. anche perchè, se fosse un gioco di rapporti di forza, allora l’industria, per lavorare con me, dovrebbe essere almeno brava quanto me (ghigna). cioè, voglio dire, si lavora con persone interessanti, si lavora con degli stronzi. succede così. con delle amministrazioni pazze, con delle burocrazie… io ho avuto dei rapporti con degli imprenditori molto… illuminati. però è chiaro che l’ideale di un mio catalogo mentale di oggetti non è mai coincidente con quello di un industriale. perché il mio è un obiettivo di cultura estetica e il loro è un obiettivo di denaro.
    ecco io sì, guadagnare devo guadagnare, ma per spendere. non per farmi la barca, ma per investire i denari sui progetti. comunque, poichè oggi, in italia, designer nuovi e importanti non ne stanno uscendo, la storia del design la fanno le industrie come magis, moroso, alessi. purtroppo con i designer stranieri, che sono più bravi di noi in questo momento. e allora, se non si riesce a dialogare - in modo paritetico - con le industrie, questa ipotesi dell’autoproduzione mi sembra una cosa della quale tenere conto.

    ma secondo lei l’autoproduzione verso che obiettivo deve tendere? alla vendita?

    sì. cioè, se tu dietro la tua pizzeria fai delle sedie, bisognerebbe fare in modo che la gente potesse comperarle in alternativa alle sedie della kartell. il che è molto corroborante, perché la gente acquista un oggetto umanizzato, personalizzato, non con quel gelo che hanno gli oggetti dell’industria. il gruppo di droog design ha fatto delle cose interessanti per esempio. droog design è nato in quel cortile lì (indica la finestra del suo studio). un anno, quando erano studenti, cinque o sei di questi autori, compreso marcel wanders, hanno portato dei container dove esponevano il loro materiale. lì durante il salone del mobile. e vendevano!

    noi infatti indaghiamo non solo la produzione ma anche l’acquisto, in quanto processo di scelta.

    se si comperasse da autoproduttori capaci invece che dall’ikea ci sarebbe molto più scambio, si creerebbe un rapporto. ora, scusate, ma devo andare a vedere dei campioni, seguitemi pure, così vedete quello che sto facendo..

    lo seguiamo, scendiamo le scale. partecipiamo al colloquio con il fornitore di plexiglas, per la scelta di una scultura da esporre in una mostra benefica, i cui oggetti, disegnati da mendini, sono realizzati da laboratori artigianali d’eccellenza. fermi, fissiamo due sculture quasi identiche. pausa lunghissima. ≪ragazzi, che dite? plexiglas colorato o perfettamente trasparente? ≫. non ancora abbastanza confusi, iniziamo al suo seguito un giro per l’enorme studio, tra colori e forme mistici. persi, come tra le nebbie della cornovaglia. ci presenta lo staff. un’anteprima dei progetti che sta portando avanti. vediamo vecchi stampi in materiali plastici complicatissimi, tavoli pieni di suppellettili di ogni tipo che neanche al vittoriale di d’annunzio, lampade da tavolo coreane con accensione e regolazione “al tocco, allo sfioro anzi” (cit.). campanelli fallici per hall di alberghi, sempre in plastica. campanello per alberghi, batticarne o giochino erotico? poi, finito anche lui nella nostra stessa nebbia, passando davanti ad una proust, “ragazzi” dice ” non vi ho ancora parlato della poltrona”. la poltrona è famosissima. afferma di fare “giochini” complicatissimi per aziende. i suoi oggetti mettono alla prova la capacità tecnica industriale delle fabbriche e dei suoi operai. una dipendente interviene: ≪c’è l’alessi al telefono, mendini. chiedono cortesemente se ha già preparato qualcosa per quel servo muto?≫ lui: ≪ma beh, ecco, non mi è venuto in mente niente. digli che no, non ho fatto niente. quello che avevo disegnato era uguale a quello di qualcun altro da qualche altra parte≫. dice che… gli farà sapere. nel vano tentativo di riprendere da dove avevamo lasciato, proviamo a fargli qualche domanda.

    lei ha mai insegnato?

    no, no, non è il mio ruolo. innanzitutto non credo nelle istituzioni, quindi non mi piace lavorare per loro. poi io sono timido, farei fatica a parlare ad un grande pubblico. inoltre insegnare è una forma di comunicazione, no? e io credo di comunicare già in altri modi.

    non possiamo contraddirlo, basta domande. ancora oggetti. una colonna in radica “sette giorni per sette camicie”. iniziamo a sentire la psiche dell’oggetto, occorre andare. foto di rito con omaggio della chiave dorata del FRONTE di LIBERAZIONE per liberarsi, chissà. prima di salutarci ci fa stampare dalla gentilissima beatrice un a4 illibato per fornirci un contatto mail. storditi ed inebetiti ci avviamo alla porta. entra una dipendente. ≪non c’è il campanello qui?≫ chiediamo. ≪no, tutti possono entrare quando vogliono. fino a qualche tempo fa scendevo nell’atrio dell’ingresso e trovavo cattelan seduto sulla poltrona, a  far niente. quando gli chiedevo cosa facesse lì seduto e perché non mi avesse fatto avvisare del suo arrivo lui rispondeva: non faccio niente, sono solo venuto a respirare un po’ ≫.

    (milano, 26 ottobre 2012)

     

  10. sono elena dellapiana, professoressa di storia dell’architettura, 47 anni.

    si è definita storica. non ha mai progettato?

    no. ho fatto, come tutti, il manovale in uno studio di architettura ma dire che abbia progettato è una parola grossa.

    cosa significa design o di design?

    "didesign" è una parola che aborro, soprattutto attaccata come viene spesso utilizzata. il design dovrebbe essere progetto, quindi bisognerebbe aggettivarlo a seconda degli obiettivi. inoltre è molto soggettivo, credo non ci sia assolutamente accordo: se mettessimo dieci designer in una stanza e dicessimo loro: “adesso vi mettete d’accordo su una definizione”, li troverebbero i nostri discendenti mummificati e in atteggiamenti aggressivi.

    quindi il termine design non è di design?

    se vogliamo essere nominalisti, vuol dire progetto, se vogliamo usare il linguaggio come convenzione, è un campo assolutamente multisfaccettato in cui entra un po’ tutto, a torto o ragione. io sarei nominalista in questo caso, ma questo è il mio mestiere.

    però il design non è mai inteso nella sua accezione nominalista dal pubblico.

    perchè il pubblico non è nominalista, quindi non guarda all’origine ma al risultato, ovvero l’oggetto, il prodotto, il concept, il vestito..

    il design è per l’uomo o per l’oggetto?

    (ride) mi rifiuto di dire “uomo al centro del progetto”, perchè non sono bistagnino e soprattutto non se l’è inventato lui (ride di nuovo). mi prendo la responsabilità delle mie affermazioni! comunque non si può generalizzare. c’è del design che aggettiverei con “buon”, ovvero che io definirei corretto, che continua a seguire le regole auree di trent’anni fa: innovazione tecnologica, qualità formale, ricaduta sociale. spesso, però, si definiscono di design (nomina la parola mimando una pronunciata puzza sotto il naso) gli oggetti più anticonvenzionali, strani, bizzarri. è un cambiamento di significato che probabilmente viene sì dalla percezione del pubblico, ma sicuramente anche a causa di noi progettisti, comunicatori, eccetera. chi sta dalla parte dell’origine, insomma.

    noi crediamo che il design segua solo più un modello economico, in qualche modo, fine a sé stesso. è mai stato il contrario?

    un sistema economico non è mai fine a se stesso. sarà finalizzato evidentemente a dei guadagni e ad una produzione di ricchezza. il design potrebbe invece essere definito autoreferenziale - a livello progettuale o concettuale - ma non lo è dal momento in cui trova una controparte, cioè utenti, clienti e acquirenti.

    parlando di autoreferenzialità allora, cosa pensa del ridisegno di oggetti?

    il redesign è comodo e poco rischioso. si lavora su immagini, usi, funzioni, che sono familiari, consuetudinari. non richiede ricerca e si ha una certa, per quanto effimera, speranza di rilanciare le vendite.

    ci chiediamo perché esista ancora un mestiere come quello del progettista?

    perchè ci sono ancora un sacco di cose da progettare.

    e allora perchè, se ci sono molte cose da progettare, si fa quasi esclusivamente redesign?

    sicuramente in italia c’è una mancanza di volontà di rischiare, di innovare, ma non è un problema solo del design. il presidente monti sembra che sia l’unico ad essersi accorto che il problema della produttività e della poca competitività, non sia esclusivamente colpa dei sindacati, ma che derivi dal fatto che in italia non ci sia innovazione industriale da più di trent’anni. il design, che nella sua origine è design industriale, si blocca dal momento stesso in cui si blocca l’innovazione industriale. il progettista a questo punto, purchè gli venga corrisposto uno stipendio, si adatta a progettare qualsiasi cosa perseguendo le strade del fashion e del redesign appunto. altri progettisti, invece, cercano strade più interessanti come l’autoproduzione e la riconversione industriale; una realtà di cui vado particolarmente fiera riguarda due miei laureati, che stanno lavorando con salviati, una delle più grandi realtà vetrarie veneziane.

    quindi le fabbriche dovrebbero dare maggior potere decisionale ai progettisti?

    diciamo che se le aziende non sono lungimiranti è anche per colpa di quei progettisti che non riescono a convincere della necessità di un progetto più strategico, più a lunga scadenza. paradossalmente l’ecodesign sta sorpassando il design tradizionale perchè ha la forza di comunicare ad un’azienda che, mettendosi in regola e progettando in modo corretto, le cose andranno meglio. ormai sono scomparsi i grandi imprenditori innovatori. agli imprenditori di oggi non interessa il buon progetto, preferiscono chiamare uno specialista di marketing e sfangarsela così.

    si può imparare a essere designer?

    si deve imparare. non credo però che sia una questione di attestati. gli strumenti che vengono forniti durante un corso di laurea, sono strumenti che non fanno un progettista, ma un tecnico nel senso più nobile del termine, che dovrebbe essere in grado di dialogare con le complessità del progetto e della sua esecuzione. poi si può essere dei michelangelo nella culla, immagino, ma la formazione, anche non necessariamente accademica, non si può fermare.

    quant’è presente la componente pratica del fare, nell’università?

    credo che al politecnico (di torino) sia sempre più presente. ci sono alcune scuole di design europee, invece, che sono sempre partite dallo smanettare con i materiali poiché sono nate in contesti agevolati. droog, ad esempio, esiste grazie a finanziamenti statali che sovvenzionano la loro sperimentazione. il processo è quindi “fighissimo”, ma viziato: molti finanziamenti, molti laboratori, materiali inimmaginabili. ma è un’élite, per certi versi.

    e dal punto di vista della cultura del progetto?

    sicuramente all’estero sono molto più carenti. una mia ex-studentessa ha fatto la specialistica alla st. martin dove gestiva i corsi di storia del design poiché ne sapeva molto di più dei suoi docenti. il fatto che ci sia un approccio anche umanistico è una specificità italiana, che io personalmente rivendico. a tal proposito vi consiglio di leggere un libro di feltrinelli quando ancora era dichiaratemente di sinistra, si intitola “lavoro intellettuale e lavoro manuale”, del filosofo alfred sohn rethel.

    d’accordo. ha già letto il primo comunicato dell’ENTE?

    sì. lo renderei meno goliardico, se posso darvi un consiglio puramente linguistico. si rischia di non approfondire i contenuti e di fermarsi in superficie. è una questione di registri, no? il tono goliardico va bene in determinate situazioni, non vai mica ad un colloquio di lavoro in infradito e braghette corte? quando si matura si diventa seri. non è una questione di apparenza. la serietà è una condizione dello spirito.

    va bene, i serissimi vertici dell’ENTE valuteranno l’ipotesi di essere ancora più seri. tornando allo statuto: il rapporto tra lavoro intellettuale e lavoro manuale è un aspetto su cui ci siamo soffermati a lungo. in questo senso abbiamo coniato il termine pensiero manuale asserendo che solo attraverso l’unione delle due componenti si possa ottenere una completa coscienza individuale.

    lo diceva un signore che si chiamava carlo marx (ride).

    non è la prima volta che ce lo dicono. è un plagio?

    assolutamente no, il fatto che qualcuno l’abbia già teorizzato va bene, vuol dire che si sta lavorando su una solida base. io tremo quando sento dire “è originale”, orrore! spesso è cretino ciò che è originale! meglio un’idea che si basa su una stratificazione.

    lei ha un’attitudine più manuale o più intellettuale?

    si chiamano condizionamenti sociali e culturali, credo che si nasca con pochissimi elementi fissi ed immutabili. il relativismo è una categoria sacra, dipende da dove ti trovi. dipende da come vengono coltivate e nutrite entrambe le componenti. non sono in contraddizione, ovviamente, anche se proprio a causa di condizionamenti culturali e sociali, il lavoro manuale viene stupidamente considerato una cosa inferiore. al di là della retorica sulla dignità del lavoro, ritengo sia un falso. poi ci sono quelle cose che si leggono a volte sui giornali: “ingegnere ibm molla tutto e fa il miele”, nelle quali credo che entrino in ballo situazioni psicologiche, di nevrosi, esaurimenti. e va benissimo, ognuno si cura come meglio crede.

    quello che noi vorremmo perseguire è un utilizzo sano e cosciente delle mani. un percorso di consapevolezza.

    in tal senso, già nell’800, si è cercato di lavorare con gli operai – artieri, termine stupendo – attraverso il dialogo, affinchè questi acquisissero maggior consapevolezza del proprio lavoro, maggior conoscenza del disegno e producessero non soltanto prodotti di migliore qualità ma consumassero meglio. questo nel tentativo di innescare un circolo virtuoso di migliori addetti e migliori consumatori. tutto ciò è fallito nel momento in cui si è deciso che la formazione avrebbe dovuto intraprendere due strade separate: da una parte il lavoro intellettuale, i licei, dall’altra il lavoro manuale, le scuole tecniche.

    in che momento storico si può collocare questa scissione?

    da un punto di vista istituzionale, è avvenuto quando si è imposto che a 14 anni si sarebbe dovuto scegliere se fare un lavoro manuale (tramite l’istituzione della “scuola di avviamento professionale”, 1928, ndr) o se studiare per una professione liberale.

    il fardello di una riforma scolastica non ben ponderata, insomma. tre strumenti che porterebbe con sé sulla classica isola deserta..

    un computer connesso.

    ma non vale.

    come non vale? beh, allora, visto che io sono una maniaca degli utensili, porterei il coltellino svizzero che ho sempre in borsa - però un po’ più grande della misura di legge - e poi un contenitore.

    l’ultimo oggetto che ha acquistato?

    non saprei. beh, sì, temo di aver comprato un paio di scarpe.

    l’oggetto più stupido che ricorda?

    ne vedo tutti i giorni di oggetti stupidi, mi ricordo di più quelli interessanti.

    allora uno interessante.

    l’ho visto ieri sera in un video: una specie di protesi per portare lo skate in bicicletta. l’ho scoperto navigando con mio figlio alla ricerca di una soluzione per il trasporto di questo cavolo di skateboard.

    ci sono gli zaini apposta, no?

    sì, ma poi ti sbatte sulla capoccia, invece questo si aggancia con una cinghia al telaio e quindi non ti da noia e non è pericoloso. mi è sembrato un buon progetto. così ho pensato di farlo subito vedere agli studenti, perchè aveva un bellissimo video di presentazione che mostrava tutti i modi possibili di trasportare lo skate, incluso togliere la ruota della bicicletta e metterci lo skateboard… oppure andare sullo skateboard con la bicicletta sulle spalle (ghigna contenta). mi sembrava un buon sistema di brainstorming, cosa che, per quanto non conosca a fondo i laboratori di progettazione dei corsi di design, mi sembra venga praticato poco.

    l’ultima volta che ha usato le mani?

    stamattina per preparare il pranzo alla mia famiglia. poi per raccogliere il bucato steso e portare fuori il pattume.

    che rapporto ha con la tecnologia?

    da fruitrice, utilizzatrice, neutro.

    non sopisce qualche qualità dell’uomo?

    la tecnologia di per sé non è nè buona nè cattiva, è un utensile. sono un’utente neutra, mi piacciono le cose facili (indica il mac sul tavolo): il mio mac è a prova di stupido e non mi fa venire mal di schiena perchè pesa poco.

    una domanda stupida: si ritiene una buona o una cattiva insegnate?

    non ci sono domande stupide, comunque credo di essere una buona insegnante.

    non essendo strettamente una progettista non possiamo chiederle di liberarsi dal design “idiota”.

    come non mi posso liberare? io posso decidere di non acquistarlo. dal punto di vista numerico è molto più forte la mia posizione rispetto a quella del tizio che propone una cosa idiota. in più poi, oltre a non usarlo, posso anche fargli una pessima pubblicità (ride).

    perfetto dunque. formalizzando la domanda, si vuole liberare o autocondannare?

    evidentemente mi voglio liberare. poi non è detto che quello che io reputo “design monnezza” sia una categoria universalmente condivisa. fortunatamente c’è una cosa che si chiama possibilità di scelta. apre un sacco di scenari interessanti.

    certo, d’altronde c’è chi mette uno skateboard al posto della ruota della bicicletta.

    (torino, 4 ottobre 2012)